Congresso Regionale: la mia risposta all’appello dei Giovani Democratici di Novara

Alla vigilia del congresso regionale del Partito Democratico i Giovani Democratici di Novara lanciano un appello per un partito che torni a fare politica. Un documento che interroga tutti coloro che hanno un ruolo, ma anche gli iscritti e chi guarda al PD come punto di riferimento. Un documento che merita attenzione e propone una serie di questioni che in buona parte condivido.
Qui di seguito la mia risposta ai GD novaresi.

Leggi qui il documento integrale dei Giovani Democratici di Novara

Cari Giovani Democratici,

ho letto il vostro documento. Intanto grazie perché costringete me ed altri ad affrontare questioni serie ed importanti, che ci rimandano alla Politica, grande assente di questi giorni.

Anche io, come voi, sono amareggiato e arrabbiato per come si è arrivati alle candidature congressuali: non diverse visioni del partito e della Regione che si confrontano e che individuano anche dei candidati che si facciano carico delle diverse posizioni, ma piccoli gruppi di persone in competizione per il potere.

Condivido la maggior parte delle considerazioni contenute nel documento, mentre su alcuni passaggi nutro dei dubbi o la penso in maniera differente.

Parto da queste ultime. Nonostante la premessa che ho fatto, credo sia ingenerosa la descrizione che fate delle dinamiche che hanno portato alla convocazione del congresso, quando scrivete “Hanno deciso di convocare il Congresso in fretta e furia e praticamente di nascosto”. Il problema non è la fretta, perché c’era tutto il tempo per fare le cose per bene. Dalle dimissioni del segretario regionale avvenute a marzo di quest’anno si è aperta una discussione sulla strada da intraprendere che è stata affrontata più volte negli organismi deputati, in maniera particolare nella direzione regionale, alla quale partecipano i rappresentanti di tutte le province. Nulla è stato fatto di nascosto e nemmeno si è andati troppo di fretta: da nove mesi si parla del congresso regionale… Il problema è che mentre si discuteva sulle diverse opzioni temporali nessuno (o quasi) ha lavorato, con i territori, all’elaborazione di un progetto. Nella discussione ha avuto la meglio chi riteneva che il congresso andasse rimandato e non affrontato subito, così siamo arrivati a scontrarci con il limiti imposti dal nazionale che impedisce di celebrare i congressi regionali con quelli nazionali. Va tutto bene, quindi? No. Resta forte la domanda di come connettere i territori periferici con il centro e di come vada interpretato il ruolo di chi, negli organi, rappresenta gli iscritti. E’ una domanda che apre il grande tema della forma partito, di quale debba essere il suo ruolo, la sua organizzazione, ecc… Sarebbe bello che il congresso fosse anche l’occasione per discutere di queste cose. Mi auguro che almeno quello nazionale lo diventi.

Scrivete, poi, che i tempi “ridicolmente rapidi” non rendono contendibili la carica di Segretario e di membri dell’assemblea. Vorrei che aveste ragione! Che fosse solo un problema di tempi. Credo, invece, – e voi lo sapete – che il problema sia più ampio e afferisce al tema della partecipazione. Questo è un partito con poche persone iscritte e questo fa sì che chi controlla poche decine di tessere possa fare la differenza. In più è un partito che suscita poco interesse verso l’esterno, soprattutto nel suo livello regionale. Per rendere davvero contendibili le cariche dovremmo chiederci come fare a rendere il partito nuovamente un contesto “desiderabile”, frequentabile e datore di senso. E’ certamente una questione che dipenderà da quanto sarà in grado di rispondere alle sfide che voi ben descrivete nella parte di documento che condivido pienamente. Perché una persona oggi, giovane o meno giovane, deve iscriversi al PD? Oppure deve interessarsi a ciò che succede al suo interno? Io ritengo che le ragioni siano tante, ma sempre più persone, al contrario, smettono di credere nel ruolo della politica. Questo indebolisce i partiti perché se non serve la politica per risolvere i problemi che le persone si trovano ad affrontare, allora non servono neanche i partiti che hanno il compito di esercitare la mediazione necessaria tra queste due dimensioni.

Parlate inoltre di un “Partito che faccia dettare agli iscritti la linea politica”… “aperto, che smetta di diluire nei rivoli di mille correnti e correntine qualunque tentativo di fare politica per davvero”. Non penso che gli iscritti debbano dettare la linea, sono attori importanti del percorso di costruzione delle linee politiche, ma non possiamo eliminare la responsabilità di chi guida il partito e ha il compito di indicare gli orizzonti di riferimento.

Sulle correnti servirebbe spendere tante parole. Io non credo siano da demonizzare in maniera assoluta come vorrebbe una certa vulgata. In un partito che raccoglie al suo interno diverse sensibilità e diversi punti di vista possono essere addirittura una risorsa positiva. Il problema si pone quando esse da gruppi che rappresentano una certa cultura politica e lo stimolo ad andare in una direzione piuttosto che in un’altra si trasformano solamente in filiere di potere. Certamente, come sottolineate, deve essere aperto, orientato alla società e non solo rivolto alle istituzioni.

Il resto del documento lo condivido, a partire dalla “distrazione della sinistra” che genera mostri, a cui stiamo assistendo in diretta. Così come condivido la necessità di costruire un partito dove si torni a fare un lavoro politico, a dividersi sulle questioni per poi trovare una sintesi e nel quale non si perda mai il confronto tra la base e i dirigenti. Un partito capace di creare luoghi di formazione e  approfondimento per i gli iscritti e gli amministratori, ma anche di elaborare posizioni all’altezza delle sfide odierne.

Sarebbe semplice, per me, dire “si, sono d’accordo, aderisco”. Ma, dato il ruolo che temporaneamente ricopro, rischierei anche di apparire  ipocrita. E’ più corretto assumermi la mia parte di responsabilità per lo stato delle cose, che anche a me non piacciono e che voi descrivete molto bene nel documento proposto. Se le cose stanno così è perché anche io non sono riuscito a mettere in campo le azioni necessarie affinché il partito diventasse altro da ciò che è adesso.

Non aderisco, dunque, perché non voglio scegliere la strada più comoda. Soprattutto nei momenti difficili non è quella che ci aiuterà ad uscire dalla palude. Al contrario apro con voi un confronto franco, fuori dai tatticismi e dalle convenienze immediate. Un dialogo autentico, è forse la migliore base di partenza per costruire insieme un’alternativa coerente a chi crede ancora nella forza politica del Partito Democratico .

Non aderisco al documento, ma lo prendo come testimone di un’ideale staffetta da correre insieme! Lo porterò con me affinché in ogni situazione in cui si dovranno prendere decisioni che riguardano il partito io possa passarlo ad altri e si creino le condizioni per affrontare le questioni che in esso rilanciate.

Sarò con voi nel percorso necessario a far ripartire il PD, a partire dal “referendum delle idee” che proponete in vista delle elezioni regionali.

Avete ragione, tocca a ciascuno di noi.

 

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