Manifestare è un diritto insopprimibile in ogni democrazia matura che; in certi momenti storici diventa persino un dovere morale e civico. Scendere in piazza è una delle risposte più vive e necessarie per chiedere e praticare il cambiamento.
Le mobilitazioni a cui stiamo assistendo in questi giorni poggiano su fondamenta concrete e ragioni profonde: c’è la forza e la dignità degli agricoltori che presidiano le strade del Mezzogiorno – spesso nell’indifferenza colpevole di ampi settori dell’informazione – e c’è la voce limpida degli studenti che non si limitano a chiedere scuole più sicure e investimenti nell’istruzione, ma pretendono il diritto a un futuro con il segno «+». Mentre osserviamo ciò che accade nelle nostre città, non possiamo e non dobbiamo permettere che questo grido venga rimosso o derubricato.
Accanto a tutto questo, però, c’è la piaga della violenza. Una violenza praticata da pochi, ma capace di oscurare i volti e le istanze dei tantissimi che scendono in piazza in modo pacifico. Su questo terreno non ci possono essere ambiguità né calcoli di convenienza: la condanna da parte della politica, delle istituzioni e di chiunque creda nella giustizia sociale deve essere netta, ferma e senza esitazioni. La violenza è sempre sbagliata. Lo è quando viene pianificata da gruppi organizzati che sfruttano ogni occasione per muovere una cieca “guerra allo Stato”, così come quando si trasforma nello sfogo rabbioso di chi approfitta del disordine. La nostra solidarietà va a chiunque sia rimasto vittima di questi scontri: ai commercianti colpiti nei loro luoghi di lavoro, agli agenti delle Forze dell’Ordine feriti e ai troppi ragazzi pacifici finiti in mezzo agli scontri.
La condanna, tuttavia, non esaurisce il dovere della politica. Se ci limitiamo alla cronaca giudiziaria o all’ordine pubblico, rinunciamo a capire la natura esplosiva del nostro tempo.
Le emozioni umane non nascono nel vuoto: sono plasmate dalle istituzioni, dal linguaggio, dalle narrazioni dominanti. Speranza, disillusione, ira e risentimento sono direttamente alimentate dalla disuguaglianza, dalla distribuzione iniqua della ricchezza e dall’incapacità delle strutture politiche ed economiche di rispondere ai bisogni primari delle persone. Tutte questo arriva in un tempo che porta con sé una “novità”, quella dell’ecosistema digitale dei social network, che agisce da acceleratore e cassa di risonanza per la circolazione delle passioni tristi e delle emozioni negative, terreno fertile su cui prosperano anche veri e propri “agenti del caos” interessati unicamente alla destabilizzazione.
Ma alla base di questa instabilità c’è una faglia sociale ed etica intollerabile: il patto intergenerazionale si è spezzato. Siamo di fronte al dramma di una generazione a cui sono state sottratte non solo le tutele materiali, ma perfino le parole per immaginare il domani. È la prima volta dal secondo dopoguerra che i figli crescono con la certezza materiale di stare peggio dei propri genitori. Quando un modello economico e sociale si inceppa al punto da rubare l’orizzonte – schiacciato tra la condanna alla precarietà e l’ombra devastante della crisi ecologica – la disperazione rischia di diventare l’unico sentimento disponibile. Ma dobbiamo stare attenti, perché qui è la democrazia che viene messa in discussione perché percepita come non più in grado di garantire futuro positivo.
La violenza comincia esattamente dove finisce la politica: essa è la rinuncia al linguaggio, una scorciatoia cieca e distruttiva che distrugge senza mai costruire. Ma la trappola più subdola in cui non dobbiamo cadere è quella di usare la furia inaccettabile di una minoranza per criminalizzare un’intera generazione.
Il compito della democrazia non è silenziare o reprimere il conflitto sociale, ma dargli asilo. Le istituzioni democratiche sono nate precisamente per questo: per offrire un alveo e un canale affinché la rabbia non diventi macerie, ma si traduca in progetto, vertenza e cambiamento reale.
Mentre chiediamo con fermezza ai giovani di non cedere alla violenza e di non spaccare le vetrine, noi abbiamo il dovere morale e politico di tornare ad aprire porte, restituire speranza e costruire spazi in cui le loro ragioni possano finalmente cambiare il mondo.