Il Partito Democratico tra il vecchio mondo e il nuovo che verrà… (PARTE I)

La corsa ai posizionamenti sulle candidature, arrivata un po’ troppo presto a mio avviso, mette in secondo piano la discussione su alcune questioni di fondo a cui dovrebbe essere dedicata questa prima fase del congresso PD.
Nei giorni scorsi è stato pubblicato un documento, chiamato “La Bussola”, che vuole essere una traccia di discussione per i lavori nei circoli e nelle assemblee aperte, ma anche uno strumento per rilevare valori e punti di vista dei singoli (si può compilare qui).

Ritengo doveroso accettare il confronto su questi temi, perché “pensare bene” è premessa necessaria del “buon agire”. Se l’obiettivo è quello di incidere nella storia, teoria e azione devono sempre contaminarsi in un circolo virtuoso, per scongiurare da un lato il bla bla bla sterile e dall’altro un’azione cieca. Ci sono due questioni che dobbiamo provare a sciogliere: la prima è relativa al tema del riconoscimento. A chi ci rivolgiamo prioritariamente, essendo “partito”? Perché è chiaro che il PD debba avere una visione e delle proposte che parlino a tutta la società, ma in questa cornice deve avere dei segmenti privilegiati a cui si rivolge, “un’opzione preferenziale”. Chi viene prima di tutti gli altri e perché?
La seconda riguarda il ruolo del partito nella società e che cosa debba fare affinché le sue proposte tornino a essere conosciute, ma soprattutto condivise. Per farlo dobbiamo passare da tre chiarimenti necessari: qual è la cornice teorica di riferimento, quale l’agenda politica conseguente e con quali modalità di azione intendiamo perseguirla.

Dopo la prima riunione del Comitato Costituente è nata una discussione pubblica che, come spesso accade per le questioni complesse, è stata ultra-semplificata e instradata sulla contrapposizione tra due posizioni contrapposte  così da creare delle tifoserie. Il contrario di ciò che serve quando parte una riflessione che aspira a essere collettiva. La semplificazione, nel caso di specie, è la seguente: chi critica questo sistema economico è un “massimalista”, “anticapitalista” ed è pure contro lo spirito originario del PD. Dall’altra parte, secondo questo schema, ci sarebbero i liberali.
Si tratta di uno schema da rigettare con forza perchè non è utile al confronto e ci allontana anche dall’obiettivo comune. Anche perché dove li mettiamo tutti coloro che, a partire dalla crisi del 2007-2009 hanno detto che occorre rivedere il paradigma che ci ha portato lì? E coloro che a questa crisi aggiungono le riflessioni legate alle crisi ecologica, figlia, tra le altre cose, dello stesso modello economico, e alla crisi della pandemia da Covid? Sono tutti “pericolosi comunisti” gli economisti come Stiglitz o Mazzucato (solo per fare due nomi), o gli intellettuali come Magatti, o Papa Francesco? 

La verità è che la semplificazione di solito serve a chi la propone. E in questo caso agli strenui difensori di questo modello, gli unici veri conservatori. Questi, assegnandosi l’etichetta di liberali (perché in base alla loro semplificazione gli altri non lo sarebbero), ignorano due questioni fondamentali. La prima è che il liberalismo non coincide con il liberismo e tantomeno con il neoliberismo attuale. Essere liberali non significa credere che l’attuale sistema economico sia il migliore dei sistemi possibili . La seconda è che il liberalismo è attraversato da sempre da un conflitto tra due orientamenti di fondo, il fondamentalismo di mercato da un lato e il liberalismo inclusivo dall’altro. I seguaci di entrambi gli schieramenti credono che la legge debba garantire le libertà individuali e che la democrazia rappresentativa sia il sistema migliore per organizzare la società, ma dal punto di vista economico i primi credono che il mercato risolva tutto da sé e che lo Stato debba fare il meno possibile (Stato minimo), mentre gli altri che occorra estendere diritti e benessere al maggiore numero possibile di cittadini e che lo Stato debba giocare un ruolo di riequilibrio nella società. Tra questi ultimi, ad esempio, uno dei padri del liberalismo, John Rawls, che ci invitava a scegliere in una posizione di ignoranza rispetto al nostro posto nella società. Lo farei nostro… e se fossi io nel gradino più basso della società, come vorrei fossero distribuite risorse e opportunità?
Insomma si può essere liberali di destra e di sinistra.

Le stesse socialdemocrazie europee, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, non misero mai in discussione i fondamenti del liberalismo inteso come dottrina politica, e furono, a tutti gli effetti, espressione di un socialismo liberale.

Il problema è che dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS, sparito un modello alternativo che per molti occidentali rappresentava comunque un‘alternativa possibile, si è imposto un modello che ha visto nella globalizzazione e nella rivoluzione digitale i due capisaldi con cui addirittura si considerava “conclusa la storia”: tutti saremmo stati bene nel migliore dei mondi possibili.
Poi sono arrivate le tre crisi a cui prima già accennavo, quella finanziaria del 2007, quella ecologica e quella pandemica – e oggi dobbiamo aggiungere anche la guerra – a dirci che così non è. Sono aumentate le diseguaglianze, la terra soffre e con essa la vita che in essa abita e questo ha portato forti guadagni a pochi e tanti problemi a molti. A dirci che ci sono dei sommersi e dei salvati in questo sistema, sia a livello planetario sia a livello dei singoli stati.
Noi dobbiamo trovare il modo di parlare ai sommersi, a chi paga il prezzo più alto, ma per farlo dobbiamo prima riconoscere che ci sono dei problemi. Occorre una critica seria, radicale, alle storture di questo sistema, così da poterle vedere, analizzare e proporre dei cambiamenti. L’alternativa è essere conservatori dello status quo. Altro che riformisti contro massimalisti. Noi dobbiamo assumere il punto di vista di chi ha pagato e cercare di riportare maggiore equilibrio tra costi e benefici. 

Anche perché quando si smettono di garantire diritti e benessere diffuso è la stessa liberaldemocrazia ad andare in crisi: il malcontento, infatti, viene gestito da movimenti populisti ed estremisti. Non è un caso che tra le tensioni esistenti nella nostra epoca abbiamo quella tra democrazie liberali e autocrazie: è un effetto di questa dinamica. Alla fine sono proprio le liberaldemocrazie ad essere tra le potenziali vittime di questo sistema che o cambia o ci porta sempre di più verso le democrazie autoritarie fondate sul malcontento e la paura dei cittadini, che si affideranno ad altre sirene se quelle liberali produrranno minaccia, invece di speranza. 

Il PD nasce nel 2007, appena prima della grande crisi finanziaria, nell’era della “fine della storia”. Nasce il partito e subito cambia tutto. E noi per qualche anno ci siamo comportati come se così non fosse, come se valessero i ragionamenti fatti prima della crisi, anche perché la classe dirigente si era formata ed era cresciuta proprio nei trent’anni precedenti. Ma ora non è più possibile. Siamo in un passaggio d’epoca, in cui i vecchi paradigmi e le vecchie ricette non funzionano più, ma ancora non si è imposto un nuovo modello. Siamo nel chiaroscuro di cui parlava Gramsci e, infatti, non mancano i mostri. Polany li avrebbe chiamati “contro movimenti”, ma, al di là dei nomi, resta il fatto che non possiamo fare finta di nulla. O si affermano nuovi modelli teorici e prassi operative capaci di dare risposte all’ampia fetta di popolazione che in questi anni si è impoverita e si sente minacciata dallo stato attuale delle cose, oppure vedremo crescere i fenomeni come Trump, Bolsonaro e Orban.
Sono tanti i dati che si potrebbero citare sia a livello planetario sia a livello locale. Quello che è certo è che la diseguaglianza è aumentata, sempre meno persone detengono più potere e più risorse, l’ascensore sociale si è fermato e se nasci povero è probabile che tu lo rimanga, mentre chi si è arricchito ha anche sfruttato il pianeta scaricando sui poveri e sulle future generazioni i costi.

Non valgono le ricette del passato, perché il mondo è cambiato. Devono guidarci gli stessi valori, ma vanno tradotti nel nuovo contesto. Da dove partire? Occorre diminuire le distanze tra gli estremi della piramide, ridurre le differenze attraverso politiche redistributive, restituendo allo Stato e alle istituzioni pubbliche un ruolo centrale, che prevede investimenti, innovazione e welfare universale.
Partire da principi semplici, che prevedono che chi ha di più contribuisca maggiormente alla collettività. Colpendo con forza le grandi organizzazioni criminali, gli evasori e i corrotti, per reinvestire tutto questo in economia pulita e welfare.
Dobbiamo fare seriamente i conti con un concetto relativamente “nuovo”: quello di limite. Non esiste una crescita infinita. Le risorse sono finite e alcune non si rigenerano. Questo provoca conflitto per chi le dovrà possedere e/o controllare e l’atteggiamento predatorio sta letteralmente consumando il pianeta. Servono dei limiti: alla crescita della diseguaglianza, alla distruzione del pianeta e, insieme, politiche di giustizia che spostino verso chi ha di meno e ha pagato un prezzo più alto in questi decenni un po’ di benessere. Ma soprattutto servono prospettive future di benessere, che aiutino le persone a guardare al futuro senza angoscia. Diversamente ci rimarrà solo il conflitto: tra popoli, tra classi e tra generazioni. Questo non significa essere contro la crescita, ma fare i conti con i limiti. Non c’è bisogno di citare Marx, anche se ne avremmo bisogno, è sufficiente citare il Club di Roma, che già nel 1972 ci aveva messo in guardia o tutti quegli intellettuali che dopo le diverse crisi ci hanno ricordato che occorre ripensare il capitalismo.

Un altro insegnamento che ci arriva da tutte queste crisi è quello della inter-connessione e inter-dipendenza dei problemi. Ciò che accade in ogni angolo del mondo può avere ripercussioni in tutto il pianeta. Ma mentre il capitale in questi anni diventava globale, il potere politico è rimasto locale/nazionale e quindi meno capace di incidere, ma soprattutto sempre meno “forte”, mentre altri poteri crescevano. Non cogliere questo passaggio è stato uno degli errori più grandi delle socialdemocrazie europee che pure nei trent’anni successivi alla seconda guerra mondiale avevano rappresentato il modello più evoluto garantendo crescita economica e benessere sociale insieme.  Se oggi vogliamo che la politica torni ad avere un ruolo nelle questioni cruciali del nostro tempo dobbiamo fare in conti con una dimensione transnazionale. Vale per le politiche fiscali, il costo del lavoro, la crisi energetica, la sfida ecologica e le politiche di difesa. Se ci dovesse sembrare eccessivo una forma di governo/rappresentanza su scala planetaria, dobbiamo almeno inserire gli Stati Uniti d’Europa tra gli obiettivi di medio termine.

Lo Stato è necessario. Quando arrivano le crisi è l’unico che si occupa del bene comune, garantendo i servizi anche a chi non li può comprare sul mercato. Ma deve essere anche innovatore, perché non sempre l’interesse economico garantisce che si stia seguendo la strada migliore.
E lo Stato può anche essere un attore importante per la crescita economica e l’occupazione. Segnali importanti di questo cambiamento di visione e di scelte politiche concrete si sono visti a livello europeo con il Green New Deal e il Next Generation EU.

Per quanto mi riguarda siamo in una discussione tutta dentro la cornice liberal-democratica, che si sta giocando la propria sopravvivenza. O sarà in grado di garantire benessere o prospettive di futuro oppure sarà sostituita, come è già successo in passato per altri modelli. Per evitare questo scenario sono convinto che sulla montatura liberale occorre inserire due lenti con cui guardare al futuro: quella socialista e quella ecologista, perché la finalità è sempre la stessa: maggiore giustizia. Ci serve uno Stato presente e capace di innovare, un robusto welfare state e un sostegno deciso alla classe media. Tutto questo smettendo di sfruttare il pianeta in maniera selvaggia, salvaguardando la biodiversità e superando gli stati-nazione che, soprattutto, in Europa, non sono più adatti a fronteggiare le sfide che abbiamo di fronte.

Io credo che questo punto di vista ci permetta di tenere insieme l’attenzione verso gli ultimi, coloro che non hanno abbastanza per sopravvivere, insieme a chi anche nei paesi più ricchi ha perso certezze, potere di acquisto, qualità dei servizi di welfare e che non vedono prospettive positive per la fase conclusiva della vita o per i loro figli e nipoti. Dobbiamo essere capaci di tenere insieme il ceto medio e i diseredati e costruire con loro un’alleanza di emancipazione collettiva

[segue]

 

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