“La fai la tessera?” Riflessione (mini) tra democrazia e partecipazione

Siamo nel tempo della crisi della partecipazione, che assume diverse forme. La più evidente è la crescita del fenomeno dell’astensionismo. Vota, oramai, il 50% degli aventi diritto. Ma se osserviamo bene scopriamo anche altri aspetti: in pochissimi si iscrivono ai partiti politici e anche i sindacati non se la passano molto beneNon fa eccezione nemmeno l’associazionismo.

E’ questo il tempo dell’indifferenza? O l’indifferenza è solo figlia del nostro tempo? 

Cinque anni fa, Barack Obama, durante il suo ultimo discorso da Presidente degli USA pronunciò le seguenti parole:

«L’America non è fragile. Ma i grandi progressi che abbiamo fatto nel nostro viaggio verso la libertà non sono scontati. Li indeboliamo tutte le volte che permettiamo al dibattito politico di diventare così velenoso che le brave persone decidono di non impegnarsi in politica; così pervaso dal rancore che giudichiamo malevoli gli americani con cui non siamo d’accordo. Li indeboliamo tutte le volte che ci definiamo più americani di altri nostri concittadini; tutte le volte che pensiamo che tutto sia corrotto intorno a noi, e ne incolpiamo i leader politici senza prendere in considerazione il nostro ruolo nell’eleggerli. Sta a tutti noi essere guardiani preoccupati e gelosi della democrazia; abbracciare con gioia questo compito per continuare a migliorare la nostra grande nazione. Perché per tutte le nostre differenze, condividiamo tutti lo stesso titolo: cittadini. In fin dei conti, ce lo chiede la nostra democrazia. Non solo quando c’è un’elezione, ma nell’arco di tutta una vita. Se siete stanchi di discutere con degli sconosciuti su internet, cercate di parlare con qualcuno di persona. Se qualcosa dovrebbe funzionare meglio, allacciatevi le scarpe e datevi da fare. Se siete delusi dai vostri rappresentanti, raccogliete le firme e candidatevi voi stessi. Fatevi avanti, fatevi sotto. Perseverate. Qualche volta vincerete. Altre volte perderete. Presumere che ci sia del buono nel prossimo può essere un rischio, e ci saranno momenti in cui sarete molto delusi. Ma per chi di voi sarà fortunato abbastanza da riuscire a fare qualcosa, da vedere da vicino questo lavoro, lasciate che ve lo dica: può ispirarvi e darvi energia».

Bella l’esortazione di Obama. Sostituiamo “America” con “Italia” o con “Europa” e potremmo rivolgerla anche a noi stessi. Ma non è così semplice. Il tempo in cui viviamo è quello in cui fare ciò che ci chiede di fare Obama è particolarmente difficile, perché si scontra con lo spirito dominante del tempo. Per andare in quella direzione occorre fare uno sforzo doppio, che presuppone una consapevolezza… una volta l’avremmo chiamata “contro-cultura”. Il problema è che “la partecipazione stanca, implica la fatica del rapporto con gli altri in un determinato lasso di tempo. Richiede legame. Ma noi viviamo il tempo in cui il capitalismo ha soppiantato la religione, in cui vige il discorso del capitalista (in cui è l’oggetto da comprare che ci promette la salvezza), nel quale è plasmato l’homo consumens, che vive sempre di più onlife

La partecipazione che ha dato vita alle nostre democrazie, e di cui esse si nutrono, è figlia di un altro tempo storico. Il nostro non plasma militanti, ma consumatori. Lo aveva colto con estrema lucidità anche Pier Paolo Pasolini quando descriveva il “nuovo fascismo”, che alimenta una visione solo cinica della vita, dominata dal mito del consulo e privo di ideali, e in “Il PCI ai giovani!”, dopo gli eventi di Valle Giulia, esortava i giovani con queste parole:

Ma andate, piuttosto, figli, ad assalire Federazioni!

Andate a invadere Cellule!

Andate ad occupare gli uffici del Comitato Centrale!

Andate, andate ad accamparvi in via delle Botteghe Oscure!

Si può dire ogni male possibile della politica e dei partiti. Spesso si può anche avere ragione facendolo. Ma questo non risolve il problema di come tenere in vita le nostre fragili democrazie. Ogni cittadino fa bene ad esigere il massimo possibile dalla “politica”, ma non può e non deve dimenticare che essa non è un’entità astratta che vive di luce propria, ma una dimensione della nostra società, che, come tutte le altre, dipende da chi vi prende parte, dal tempo che ad essa viene dedicata e agli investimenti messi in campo per farla funzionare. Immaginiamoci una squadra di calcio nella quale i più bravi non vogliono giocare, allenata da una persona priva di capacità ed esperienza e nella quale la società non investe risorse. In quale campionato potrà giocare? Quali obiettivi potrà raggiungere?
Se ciascuno cerca soluzioni per sé, nella convinzione diffusa che la differenza la farà il denaro che riusciremo a possedere, in una società sempre più connessa, ma atomizzata, e sempre meno persone ritengono che valga la pena investire la propria vita in una dimensione pubblica e di emancipazione collettiva, è chiaro che la “politica” non giocherà in ChampionsDobbiamo trovare il modo di passare dalla lamentazione alla responsabilità, saper rileggere gli ultimi decenni, caratterizzati anche da un’antipolitica che non ha fatto altro che peggiorare le cose, e trovare il modo di restituire valore e dignità a una dimensione necessaria.

Le questioni sono complesse, ma anche semplici: alle cose che riteniamo importanti dedichiamo tempo, energie e denaro. Non possiamo lamentarci di qualcosa a cui nessuno dedica più nulla. Ma la democrazia non si può comprare. Senza partecipazione muore. Come dice Bobbio, essa “non tollera gli assenti”. Anche il voto, senza altre forme di partecipazione, rischia di ricadere nella dinamica del consumo. Ma non è sufficiente: il voto ha bisogno delle altre forme di partecipazione attiva dei cittadini. E’ questo il motivo per cui ancora oggi vale la pena iscriversi a un partito, partecipare alla sua “difficile” vita interna, cercare di capirne i meccanismi, di influenzare la selezione della classe dirigente. E lo stesso vale per le organizzazioni sindacali e le associazioni. Superando la logica dell’esperienza di consumo relazionale o di servizi.

Lo so che è difficile. Ma non ricordo un tempo in cui sia stato particolarmente facile. Intere generazioni hanno sacrificato le proprie vite per costruire le società in cui oggi viviamo. Oggi sta a noi trovare il modo. E’ l’unica strada, credo, su cui fondare le richieste, legittime, di una politica migliore, capace di rispondere alle necessità dei più fragili. Il resto appartiene al registro delle lamentazioni, ma non produce nulla di positivo, se non una giustificazione per il nostro mancato impegno.

Io la tessera al PD la faccio per questi motivi. La fai anche tu? 

Puoi farlo online cliccando su questo link: tesseramento.partitodemocratico.it

 

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