La crisi del PD. Che fare?

Alla fine si torna all’inizio.
Nessuno voleva addossarsi la croce del potere.
La prendo io.

(M, Antonio Scurati)

Le dimissioni anticipate di Nicola Zingaretti, le parole che ha usato e le modalità da lui scelte, sanciscono una crisi profonda, che arriva da lontano. Una crisi che non potrà certo risolversi con la semplice elezioni di un nuovo segretario politico. Io, che ho sostenuto convintamente Zingaretti nel congresso di due anni fa, mi auguro che ci ripensi e che porti a termine il suo mandato. Ma né la sua permanenza né una sua sostituzione risolveranno la crisi in atto. Le soluzioni interne alla classe dirigente attuale ci porterebbero al classico “cambiare tutto affinché non cambi nulla”.
Molte voci autorevoli, in questi giorni, dicono “bisogna cambiare tutto”. Io sono d’accordo e provo a dare il mio piccolo contributo.
Qualcuno, tempo fa, avrebbe chiesto: che fare?

Parto da un passaggio di Alfredo Reichlin sul rapporto tra sinistra e popolo, che ho rubato a Gianni Cuperlo: “la sinistra il popolo non l’ha trovato, ma l’ha cercato e costruito”. Se ci pensate è il contrario di quello che fanno i partiti oggi. Soprattutto quelli di centro-sinistra, perché le destre, in realtà “cercano e costruiscono”. E’ per me un tema generatore della crisi politica dei partiti progressisti del nostro tempo e apre almeno due questioni: quello dell’egemonia culturale e quello della rappresentanza. Partiamo da quella più semplice, la rappresentanza. Chi stiamo cercando? Chi si riconosce nel PD? Se guardiamo agli iscritti o all’analisi del voto delle ultime elezioni (di ogni tipo) abbiamo alcuni punti fermi: il PD non è riferimento per chi si astiene (evidentemente, direte voi, ma non è un dato indifferente quando arriva a non votare il 40% degli aventi diritto), lo è poco per i giovani, pochissimo per i ceti popolari, per gli operai e i precari. Va un po’ meglio con i lavoratori pubblici, il ceto medio benestante, meglio se istruito e se abita in centro. Al di là delle intenzioni di chi ha governato il partito in questi anni, il risultato è abbastanza chiaro: è diventato il partito di chi è istruito e sta tendenzialmente bene. Un po’ meno per chi è in difficoltà nella società, per nulla se parliamo degli esclusi e dei poveri. Come cambiare tutto questo, più che il segretario, deve essere la domanda con cui non dormire di notte e sulla quale litigare. Sono convinto che su questa domanda ci siano molti spazi di condivisione sia per chi arriva da una tradizione ancorata al socialismo sia per chi arriva da una tradizione di cristianesimo sociale. E, cosa più importante, ci sarebbe uno spazio enorme per chi non ha una tradizione politica “forte” alle spalle, ma ha a cuore lo sviluppo di una società più giusta.
Sulla questione dell’egemonia culturale corro il rischio di essere eccessivamente superficiale. Qui, però, lasciatemi dire che ritengo necessario recuperare la dimensione pedagogica della politica, contro la deriva della democrazia spettacolo, che cerca un pubblico da assecondare, più che una comunità di donne e uomini che, riconoscendosi in qualcosa di più grande, camminano insieme per realizzarlo consapevoli che ci si educa e ci si libera insieme.

Il PD è stato quasi sempre al governo del paese in questi anni, anche quando non ha vinto le elezioni. E questa è un’altra questione da provare a sciogliere. Il PD è diventato un partito appiattito completamente sull’esperienza di governo. Si è spenta sempre di più, fino a scomparire del tutto, la dimensione ideale, valoriale e programmatica. C’è chi parla di un partito vittima di una profonda incultura politica. La capacità di governare, di farlo bene, e di cercare di bloccare le destre sono tutti aspetti fondamentali che non vanno abbandonati, ma da soli non sono sufficienti. Serve una prospettiva, un’idea condivisa sul bene comune da proporre e da difendere. E bisogna essere anche capaci di raccontarla (la famosa “narrazione”). Se tutto questo c’è si può anche perdere e restare all’opposizione per difendere un’idea. Ma quest’idea bisogna averla e deve essere chiara anche per chi si rivolge a noi. Se la lotta si fa per governare, solo perché gli altri faranno peggio di noi, non coinvolgeremo mai nessuno. Tanto più coloro che oggi stanno peggio e trovano nelle sirene delle destre una pseudo-risposta ai timori sul futuro, ma che rischia di andare bene perché l’unica presente nel discorso pubblico. E questo elemento indebolisce tutti i passaggi che finiscono per essere visti solo come operazioni di potere senza radicamento nella società e negli ideali. E’ quello, ad esempio, che è successo anche con l’operazione di avvicinamento Pd-M5S-LEU, che potrebbe avere un senso in questa fase della politica italiana, ma è rimasta, per ora, solo operazione delle classi dirigenti. Il PD, ad esempio, non ha mia promosso una riflessione nei suoi organi territoriali: iscritti e militanti hanno assistito ai diversi passaggi senza nessun coinvolgimento. Ma così anche le operazioni necessarie o utili rischiano di naufragare. Proprio perché i partiti non rappresentano più milioni di iscritti come nel XX secolo le posizioni sono più fragili e hanno bisogno di essere costruite su fondamenta più solide.

Qual è la lettura delle ingiustizie del mondo, del paese e quali le proposte per superarle? All’interno di quale paradigma di riferimento? Il 1989 è lontano. La crisi del 2008 e l’attuale crisi pandemica ci hanno fornito l’opportunità di superare il pensiero unico che per decenni aveva dominato, e che vedeva nel libero mercato la panacea per qualsiasi problema. Ora sappiamo che non è così, che le diseguaglianze sono aumentate drammaticamente e che serve ripensare il capitalismo, il ruolo degli Stati e dell’intervento pubblico, così come riproporre con forza istanze di uguaglianza sostanziale. Al di là delle solide tradizioni non mancano le proposte nel mondo culturale odierno. Solo che non si ha il coraggio di scegliere con chiarezza.
Chi dice che non ci sono più ideologie, o che non servono, sta semplicemente proponendo di accettare quella dominante. Io dico che è giunto il tempo di scegliere delle lenti nuove con cui guardare al presente e al futuro. Devono essere almeno tre. La prima è una lente socialista puntata soprattutto sulle diseguaglianze e sul loro superamento. Qui servono parole chiare su distribuzione della ricchezza, politiche fiscali, lavoro, gender gap, povertà e ruolo del pubblico sui beni comuni. Su queste cose non si può accontentare tutti. Un esempio su tutti? L’impossibilità in Italia di parlare di patrimoniale, anche solo per i super ricchi, anche in un partito come il PD. La seconda è ecologista, che non vuol dire semplicemente ambientalista. Non si tratta di dare “una mano di verde” ai vecchi progetti o ai vecchi modi di intendere lo sviluppo. Né di aggiungere la parola “sostenibile” nei discorsi. Non possiamo mettere il vino nuovo negli otri vecchi. Serve un cambiamento radicale: al centro non c’è più l’’uomo contro i suoi simili o contro l’ambiente. Penso più a Edgar Morine a Papa Francesco: la Terra è una ed è la casa comune, la patria unica di tutti gli esseri umani. La coscienza ecologica sa che si salva o si muore tutti insieme. Non si evolve l’essere umano, ma un sistema che emerge dalla relazione che gli esseri umani instaurano tra di loro, insieme alla relazione che essi hanno con l’ambiente in cui vivono. L’ultima pandemia ha fatto cadere ogni dubbio: siamo inter-dipendenti e dobbiamo tornare a parlare di fraternità, “unica arma per resistere alla crudeltà del mondo”.

La terza lente è quella della poesia. Dobbiamo arrivare al piano delle emozioni più profonde, dei sentimenti e della qualità delle relazioni, perché ogni forma di conoscenza passa anche sempre da questa mediazione. Ognuno di noi ha fatto esperienza di comunicazioni che non funzionano al di là dei contenuti, ma perché inficiate da emozioni negative o da relazioni squalificanti. Non ce la caveremo con la prosa. Serve la poesia. Qualcosa di più grande che metta in moto, che parli agli aspetti più profondi dell’essere umano; dobbiamo uscire da noi stessi e parlare alle tante persone rannicchiate e ripiegate, preoccupate per il loro futuro per dire loro che dobbiamo tornare a vivere proiettati in avanti. E questo non lo si fa certo spiegando loro la lezione. La storia ci insegna che quando ci sono la poesia, il sogno e la passione, allora anche le condizioni materiali più disperate non sono un ostacolo.

Come e con chi fare tutto questo? Condivido la posizione di Slavoj Žižek: “gli Stati nazionali hanno fallito”, nel senso che hanno esaurito la loro funzione storica. Oggi la maggior parte dei problemi sono globali e locali insieme. E necessitano di tentativi di risoluzione che viaggiano sullo stesso piano. Pensate al tema dell’inquinamento o al rapporto con le grandi multinazionali della logistica e del digitale o al rapporto tra capitale e lavoro, solo per fare degli esempi. Oggi, in piena pandemia, possiamo aggiungere tranquillamente anche il diritto alla salute. Su nessuno di questi problemi il livello nazionale è sufficiente anche solo per abbozzare una risposta. Se i partiti sono uno strumento che serve alle persone per organizzarsi al fine di cercare soluzioni ai problemi condivisi, essi oggi non possono aspirare a una dimensione trans-nazionale. Qualsiasi cosa emergerà dalla crisi del PD, si dovrà necessariamente costruire forze trans-nazionali capaci di interpretare i problemi e intervenire su di essi a livello globale. Questo è un passaggio cruciale. Diversamente saremo sempre di più costretti all’impotenza e cresceranno i populismi che, solo apparentemente, offrono protezione dalle “minacce del complottismo mondialista”.

Il PD deve aprirsi… ho sentito dire in queste ore. Molti, non del PD, vorrebbero un PD diverso. Pochi, però, in questi anni, sono entrati nel PD per tentare di cambiarlo. Anzi, abbiamo assistito a un calo della partecipazione e della discussione interna. Lo stato attuale vede pochissimi iscritti e un dibattito quasi del tutto azzerato se non durante i congressi. Ma si tratta di dibattiti “da accademia” perché quasi mai si da seguito alle mozioni congressuali. Ora siamo di fronte a un circolo vizioso: il PD non è attrattivo e quindi non mi iscrivo, ma il PD non è attrattivo perché in pochi decidono di investire nel suo miglioramento. Avete mai visto un’organizzazione qualsiasi crescere senza investimenti di tempo, energie e denaro? Non esiste. Chi vuole un PD migliore di com’è deve chiedersi cosa può fare perché questo accada. Il problema sarebbe di poco conto se questi investimenti fossero rivolti altrove, su altre forze politiche. Ma anche attorno al PD le cose non vanno molto meglio. Alla sua sinistra, ad esempio,  esiste una disgregazione difficile da comprendere. Certo viviamo nell’epoca del “capitalismo iper-consumista” e “dell’infosfera”. Sempre di più l’esperienza è legata da un lato alla dinamica del consumo (compro, consumo e butto via) e dall’altra a quella del pensiero veloce “acchiappa like”, molto distanti dalla dimensione della costruzione lenta e faticosa di un percorso comune, fatto di confronto, conflitto e tempi lunghi. La partecipazione stanca e non da soddisfazioni immediate. Non sarà facile, ma bisognerà almeno tornare a interrogarsi su come tornare a generare partecipazione e dialogo autentico, fuori dalla logica del consumo elettorale e del solo consenso social, pur importante oggi. Meno persone prendono parte alle scelte e alle decisioni, meno legittimo e solido sarà il potere esercitato dai rappresentanti.

Ma le persone non partecipano perché non ne intravedono il senso.
Durante il XX secolo abbiamo assistito a un capovolgimento fondamentale relativo al futuro: siamo passati dal segno “più” al segno “meno”, dalla promessa alla minaccia. Il futuro non è più un luogo in cui staremo meglio, ma per la prima volta, dopo molti secoli, un momento da temere perché porta con sé peggioramenti.
Viviamo in un perenne stato di emergenza, in cui il mondo resta incomprensibile e non si intravede la via di uscita. Mancano quel «non ancora» e quell’«altrove» che ci permettevano di vivere qui, ma, nello stesso tempo proiettati… Ci si sente inchiodati al presente, impotenti e quindi arrabbiati.
Le passioni (tristi) dominanti oggi sono rabbia e risentimento. Che fare di fronte a questo? Qualcuno cavalca questi sentimenti per vendere meglio il proprio prodotto. E ci sta riuscendo alla grande.
La gente è arrabbiata con i politici perché siamo nel tempo del “tradimento” e dell’impotenza, del “tanto non cambia nulla”, delle attese negate, respinte, tradite: “cara politica, come la scienza, mi hai detto che mi avresti dato la felicità, ma così non è stato. Anzi, in un mondo globalizzato è la finanza che decide tutto e io sto sempre peggio”. L’ingiustizia è sempre più forte: né comunismo né capitalismo hanno mantenuto le promesse. Ora, con il Covid, ci si mette anche l’insufficienza della medicina. Ancora una volta siamo piombati nell’insicurezza. E’ da questa dinamica che scaturisce la resa. Non partecipo perché non serve. Voglio solo protezione, ma la forte richiesta di sicurezza che porta all’isolamento e alla rottura dei legami. L’altro minaccia la mia sopravvivenza. Resta solo la lotteria per sperare in un avvenire migliore e la difesa da un nemico costruito ad arte dalle destre radicali. Abbiamo il compito di ricostruire fiducia attraverso la costruzione di un futuro e un altrove di emancipazione possibile, che non può fare a meno de l’autorevolezza e della credibilità di chi fa politica. Su questo dovremmo essere il più rigorosi possibili.

Non so se il PD sarà mai in grado di fare tutto questo. Penso spesso che parliamo di un partito che nasce nel 2007, un anno prima di una crisi che ha cambiato così tanto il mondo tanto da chiedere un radicale cambio di paradigma interpretativo. A quella crisi occorre aggiungere oggi la pandemia da Covid. Parliamo di un partito serio e importante, nato, però, per dare risposte ad un mondo che intanto è scomparso. Forse serve davvero un soggetto nuovo, ma, sbaglia chi pensa sia solo un problema di contenitori. Servono processi, energie e prospettive inedite.

 

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