Caso Rosso: Escludere condizionamenti sull’attività amministrativa

In questi giorni si siamo trovati  di fronte al punto più basso mai raggiunto dalla credibilità di questa istituzione. Un assessore arrestato con l’accusa di 416ter, accusato di aver comprato dei voti dalla ‘ndrangheta!  

Dalla lettura dell’ordinanza, poi, scopriamo che questo avveniva mentre sempre persone appartenenti alla ‘ndrangheta avrebbero sostenuto un altro candidato, già consigliere di circoscrizione a Torino, questa volta di Forza Italia, sempre per entrare in Consiglio Regionale… Tentativo che per fortuna non è andato in porto. 

E’ evidente che per quanto riguarda il percorso penale e il processo noi non possiamo che essere garantisti: sulle responsabilità personali degli imputati decideranno i giudici. Sbaglieremmo a voler anticipare le sentenze, ma sbaglieremmo parimenti a comportarci come se fosse solo un problema della magistratura… per poi magari lamentarci che nel rapporto tra politica e magistratura si sia delegato troppo a quest’ultima. 

Noi abbiamo il compito, mentre sospendiamo il giudizio sulle responsabilità penali degli imputati, che restano innocenti fino a condanna definitiva, di interrogarci sulle conseguenze politiche di quello che è accaduto e di compiere le necessarie scelte di natura politica e amministrativa. 

Non è certo una novità la presenza delle mafie sul nostro territorio: lo sapevamo già grazie alle operazioni che dal 2011 a oggi hanno interessato il Piemonte: si pensi alle operazioni Minotauro (191arresti nel luglio del 2011), Alba Chiara, Colpo di coda, Esilio, Tutto in famiglia, Il Crimine/Infinito (lombarda, ma che ha toccato seriamente Novara). Abbiamo imparato da tutto questo che in decenni di sottovalutazione e negazione del problema la ‘ndrangheta ha potuto tranquillamente radicarsi a casa nostra. Lo ha fatto da un punto di vista militare, lo ha fatto invadendo (a volte colonizzando) pezzi della nostra economia (si pensi al movimento terra, al gioco d’azzardo, alla gestione dei rifiuti, al mondo della sanità).
Lo ha fatto cercando (e a volte riuscendo) a interloquire con la politica e riuscendo anche, nei casi più gravi a condizionare le istituzioni: si pensi ai Comuni sciolti per condizionamento mafioso: Leinì (marzo 2012), Rivarolo Canavese (maggio 2012). Il tutto in una situazione ambientale e culturale che sfata il mito di una pretesa diversità culturale dei nostri territori. Non si tratta di fenomeni isolati. Si tratta, piuttosto, di una metamorfosi della nostra società che dobbiamo avere la lucidità di leggere e di capire per poterla modificare. Di un fenomeno, quello mafioso, che trova spazio in una comunità dove l’illegalità non è prerogativa dei mafiosi, ma dove questi ultimi sono in compagnia di un’ampia zona grigia in un contesto troppo spesso accogliente). 

Quanto accaduto getta un’ombra sull’intera legislatura, che è stata esposta al rischio di condizionamento mafioso. Ora se quel rischio oggi, rispetto a giovedì scorso, si è ridimensionato lo dobbiamo a due fattori esterni alla politica:  

  • in un caso per l’azione della magistratura e delle forze dell’ordine, che dobbiamo ringraziare per il lavoro che ogni giorno compiono; 
  • per l’altro caso per la debolezza della ‘ndrangheta: nel senso che non è riuscita a raccogliere i voti necessari a far eleggere il candidato su cui puntavano (Domenico Garcea, candidato in FI, nipote del boss Onofrio Garcea. Vedi p. 187 ordinanza). 

Assistiamo in diretta a ciò che da anni ci insegnano gli studiosi del fenomeno: la forza delle mafie sta fuori dalle mafie, nella debolezza dei colonizzati, nella loro arrendevolezza, disponibilità, ma anche nella scarsa capacità di organizzazione degli altri, di quelli che mafiosi non sono, particolarmente evidente in questo tempo di crisi della politica e della partecipazione. In un contesto così fragile anche una mafia che non dimostra (almeno in questo caso) grandi capacità di consenso elettorale riesce ad avvicinarsi o ad entrare nelle istituzioni! Tocca a noi, tocca alla politica occuparsi di questa debolezza! Diversamente delegheremo alla magistratura per poi lamentarci. 

Ora. Che cosa possiamo fare? Come scandagliare le conseguenze di quanto accaduto su questa legislatura? Io propongo questo ragionamento: come sapete il TUEL prevede la possibilità che i comuni possano essere sciolti a causa di condizionamento mafioso. Si tratta di una possibilità che non esiste per le Regioni. Ora secondo me noi dovremmo provare ad applicare questo ragionamento alla nostra Regione, usare l’autonomia della politica per capire se ci sono stati condizionamenti sull’attività amministrativa. E’ il minimo. Lo propongo io, Presidente, pur ritenendo che dall’ordinanza questo, per ora non sussiste, nel senso che il rapporto sembra esaurirsi allo scambio tra denaro e voti e che non ci sono altri indagati. Ma non può essere sufficiente Non possiamo pensare che il tutto si sia risolto con l’arresto. 

Restano, in capo a noi, alla Giunta e a questo Consiglio alcuni passaggi ineludibili: 

  1. un controllo rigoroso di tutti gli atti approvati dalla Giunta, con una particolare attenzione a quelli proposti dall’assessore Rosso; 
  1. fare chiarezza sulla dinamica per cui Rosso è diventato assessore. Lei continua a dire che “non lo voleva e che gliel’hanno imposto”. Ma questo apre due problemi: il primo relativo all’autorevolezza del Presidente che deve essere nella condizione di guidare la coalizione e non di essere guidato. Ma il secondo, aspetto più importante è legato alla circostanza per cui “la crisi” tra Rosso e i due ‘ndranghetisti si risolve tra il 13 e il 14 giugno, i giorni in cui si definisce la Giunta. E’ evidente che questa circostanza va chiarita. Perché è lo stesso Rosso che dice, sempre durante le crisi, nel momento in cui viene cercato da VITERBO dice di rimandare l’incontro a dopo la nomina degli assessori (p. 197 dell’ordinanza). Lo fa per prendere tempo o per altri motivi? 
  1. Cosa farà d’ora in avanti? Quale percorso ci propone la maggioranza per convincere quest’aula e i cittadini piemontesi che ci sarà un presidio serio, capillare sul tema della lotta alle mafie? 

La risposta a queste tre domande è essenziale per capire se ci sono le condizioni per proseguire e se sì, come d’ora in avanti. 

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