A Novara insieme agli amici del Pride

Una giornata speciale, da ricordare per le tante persone che oggi hanno partecipato al Novara Pride.
Voglio ringraziare Novara Arcobaleno e Sermais che hanno organizzato con pazienza questa bella festa e le istituzioni che hanno voluto patrocinare questa iniziativa, i Comuni di Romentino, Cerano, San Nazzaro Sesia, Casalbeltrame, Castelletto Ticino, la Provincia di Novara e Regione Piemonte che ho avuto l’onore di rappresentare nel corteo e sul palco per la chiusura della manifestazione.

Qui di seguito un estratto del mio intervento:

Una parte di Novara non lo sa o forse non lo vuole sapere, ma oggi qui sta avvenendo qualcosa di importante.
Pochi giorni fa,  nel celebrare la giornata contro l’omofobia, vari organi di informazione e associazioni lgbt hanno fatto il punto della situazione sulle discriminazioni nel nostro Paese. A che punto siamo? Sarebbero tante le cose da dire. Solo in italia abbiamo 104 episodi di omotransfobia ogni anno, se si analizzano solo i dati segnalati dai media a cui vanno aggiunti i tanti episodi non denunciati e quelli non intercettati. Se poi allarghiamo lo sguardo oltre confine la situazione è ancora più allarmante: 72 paesi al mondo criminalizzano rapporti tra persone adulte dello stesso sesso; in 8 stati, in questi casi, è prevista la pena di morte, altrove è vietato esprimere pubblicamente l’orientamento, anche in Paesi vicino a noi.
Perché dobbiamo ricordare questi numeri? Per due motivi:

Primo. I diritti acquisiti non sono mai tali per sempre. In pochissimo tempo ciò che si è conquistato con anni di lotte e impegno può perdersi, e su un tema come quello che celebriamo oggi, il rischio è ancora più alto, tanto più in un momento politico come quello che stiamo attraversando. La battaglia per la libertà di orientamento sessuale e quella per la lotta alle discriminazioni vanno portate avanti sempre, senza mai fare l’errore di considerare la partita chiusa. Non lo è sul piano locale, non su quello nazionale, dove tanti sono ancora i passi importanti e decisivi da fare, tantomeno su quello internazionale, dove la situazione è drammatica.

Secondo. Siamo nell’epoca dell’Interconnessione globale e in nessun’altra epoca storica ciò che accade in un qualsiasi luogo del mondo ha conseguenze dirette sugli altri territori. Dobbiamo essere consapevoli che ciò che accade oggi qui a Novara ha delle conseguenze nel resto del mondo. Soprattutto oggi dove tra coloro che governeranno o che si propongono come rappresentanti del popolo italiano abbiamo anche chi strizza l’occhio a Orban o alla Russia di Putin, visti come modello. Guai a noi se prendesse il sopravvento, anche nella nostra comunità, come qualcuno vorrebbe, l’idea che “è permesso, sì, ma senza farsi vedere… ma  solo se si resta nell’ombra”: questo sta avvenendo in troppe realtà. 

Noi dobbiamo lavorare a un processo contrario. Ecco perché questa manifestazione è un grande atto politico perché testimonia ai novaresi, agli italiani e al mondo intero che c’è un movimento organizzato di persone, che mentre difende quanto conquistato e rivendica con forza tutto quanto ancora resta da fare.

C’è poi la questione del PRIDE: dell’orgoglio. Devo dirvi, lo devo confessare, che per molto tempo anche io mi sono interrogato su questo aspetto, chiedendomi se fosse il modo migliore.

Poi ho capito che si trattava di una domanda sbagliata, paternalistica. C’è, forse, qualcuno che può decide per qualcun altro quali siano le modalità migliori per portare avanti una battaglia politica, di civiltà, sui diritti? Tanto più se è quest’ultimo a vedere un diritto negato? Io credo di no. (E’ solo il movimento LGBT che è padrone dei propri strumenti e linguaggi di lotta).
L’altra sera, poi, ho messo la parola fine a questi dubbi, durante un incontro organizzato da AGEDO (Associazione di genitori, parenti e amici di uomini e donne omosessuali, bisessuali e transessuali), qui a Novara, alla Barriera Albertina. Ascoltare la testimonianza della sofferenza di genitori e figli, questo senso di un “qualcosa che non va” che le persone si portano dentro, che spesso porta a gesti e situazioni drammatiche, del timore di non essere accettati, di essere giudicati, di perdere l’amore delle persone care, mi ha fatto comprendere quanto questo aspetto sia dirimente, centrale. Le conseguenze dello stigma sono la parte più difficile da affrontare: uno stigma che è ancora forte e presente nella nostra società, che ricompare ogni qualvolta si decide che qualcosa è “diverso”. Lo abbiamo fatto con il “matto” (sono 40 anni della legge basaglia), con lo straniero, con tutto ciò che viene considerato “diverso”. Non dimentichiamolo, oggi, in questa piazza: queste battaglie sono tutte collegate tra di loro.

Dovremmo aver imparato, ma purtroppo non è così, che la resistenza ad accogliere l’altro, il diverso, lo straniero, l’emarginato, il povero non è altro che la resistenza, in fondo, ad accogliere l’altro, il diverso che sta dentro di noi, la resistenza ad accogliere quella parte del nostro essere che conosciamo poco e che troppo spesso rifiutiamo come parte integrante di noi stessi, perché ci fa paura. I muri nascono sempre prima dentro di noi e sono proprio questi muri interiori che vanno abbattuti per evitare di costruire quelli presenti poi nei nostri comportamenti o addirittura nelle nostre città o ai confini delle nostre nazioni. 

Abbiamo un obiettivo comune: quello di  costruire una società in cui ci sia spazio per l’altro, anche se diverso da me, una società in cui un ragazzo o una ragazza possano crescere sviluppando un orientamento sessuale senza sentirsi, nel profondo, discriminati. 

Il PRIDE è una bella e necessaria reazione a tutto questo e oggi siamo tutti orgogliosi di marciare insieme in questa direzione. 

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