Riflessione post elettorale n.3: che fare?

Il PD vive una doppia crisi: una legata a quella più generale della sinistra progressista nel mondo e l’altra interna, legata alla relazione che ha costruito con il suo elettorato storico. Della crisi globale ho già provato a scrivere nel post precedente. Qui aggiungo solamente che, al di là delle tante cose fatte (molte positive), il messaggio di fondo che il partito ha lasciato passare è stato conservatore. Come a dire: il mondo va bene così com’è. C’è bisogno al limite di  qualche limatura, non di grandi cambiamenti.

 

Per quanto riguarda quella interna, credo sia opportuno provare a sottolineare alcuni aspetti.

La sconfitta epocale, come molti prima di me hanno già detto, non si può affrontare solamente attraverso le dimissioni di Renzi e la sostituzione della leadership. Questa è una condizione necessaria ma non sufficiente Il problema non è riconducibile alla sola persona di Matteo Renzi, che pure ha contribuito a questo risultato, ma va rintracciato in qualcosa di più ampio, costituito dall’insieme di una certa visione del potere, del partito, della comunicazione politica e del ruolo della sinistra oggi, che è stata dominante, negli ultimi anni, all’interno del PD. Per semplificare potremmo usare una parola usata da molti commentatori: il renzismo. È qui che si annida il problema. Non servirebbe a nulla cambiare segretario e mantenere le stesse posizioni e gli stessi atteggiamenti.

Per comprendere ciò che sta avvenendo  credo sia necessario guardare al processo e non ai singoli eventi. Che cosa è successo in questi anni? Quali dinamiche hanno caratterizzato l’operato e la vita del Partito Democratico?

 

La prima immagine che mi viene in mente è quella dei solchi. Sono stati creati dei solchi… all’interno e all’esterno.

All’interno con tutti coloro che osavano pensarla diversamente, che non si allineavano. Alcuni di questi solchi sono diventati fossati, tanto da separare le strade di chi aveva camminato insieme sin dalla fondazione del PD.

Esterni con la maggior parte dei mondi che avrebbero dovuto essere (e lo sono sempre stati) interlocutori privilegiati per la sinistra: il mondo del lavoro, della scuola, quello dei giovani, del sindacato, parte di quello accademico… Sarebbe bastato analizzare con serietà il voto relativo al referendum sulla riforma costituzionale per capire quanto, invece, risultavamo distanti dalla popolazione giovanile, dai ceti popolari, dalle periferie e da una significativa parte del mondo intellettuale. Sarebbe bastato guardare anche le ultime amministrative, in realtà, dove il PD ha riportato buoni risultati solamente nei quartieri centrali e benestanti delle città. Ora il voto di queste politiche si sovrappone a quei risultati. Ma noi, come presi in un delirio, abbiamo ignorato tutto questo.

Qualche compagno di partito, poco preoccupato dall’emorragia di voti e consenso, diceva: “peccato per chi non ci vota più, ci voteranno altri”, immaginando di rivolgersi a una parte di elettorato che storicamente aveva votato il centro-destra (Scelta Civica, UDC e Forza Italia) e a una parte di elettori de-ideologizzata. Così non è stato, perché mentre perdevamo il nostro di elettorato, altre forze politiche intercettavano quelli che per noi avrebbero dovuto essere “i nuovi”.

Ma le ragioni di tali solchi non sono solo legate al merito di alcune questioni o riforme proposte o approvate, ma anche (in certi casi soprattutto) al metodo, allo stile che il gruppo dirigente del PD, segretario in primis, ha adottato. Qualcuno l’ha definito “arrogante”, ma io credo non basti per descriverlo. Che cosa è successo? Evidenzio alcune questioni, per me rilevanti, a partire dalla categoria del “riconoscimento”:

L’altro, quando non la pensava come il capo, quando non era allineato al pensiero dominante, perdeva il diritto al riconoscimento: veniva ignorato, messo da parte o deriso. Penso, in particolare, ai tanti “gufi”, ai “ciaone”, ai “professoroni”, ecc… La diversità non è stata interpretata come ricchezza, ma come fastidio perenne, affrontata sempre con la forza dei numeri e con il dileggio. Lo abbiamo fatto con la parte del mondo sindacale che ha criticato le proposte sulle politiche del lavoro, con il mondo intellettuale che non condivideva la proposta di riforma costituzionale, anche se da sempre vicino al Partito Democratico, e lo abbiamo fatto con il mondo della scuola, quando di fronte alle proteste e alle critiche abbiamo continuato a dire: va bene così. E’ passato un messaggio chiaro: l’altro non serve, non serve la minoranza, non servono i corpi intermedi. Basta l’idea del capo, la sua persona. E’ strano oggi sentire Renzi parlare di “piaggeria e viltà” attorno a lui. E’ ciò che ha cercato ed è ciò che ha trovato. Da questo punto di vista la “sbornia” delle europee del 2014 non ha certo aiutato. Quel risultato, però, andava gestito, perché rappresentava la proiezione di grandi aspettative che, però, sono state perlopiù disattese.

Abbiamo comunicato il lavoro fatto (molto positivo su diversi aspetti, come ad esempio l’ambito dei diritti civili e quello della lotta alle mafie) negando alcuni aspetti della realtà, descritta quasi come “ il migliore dei mondi possibili”, per evitare di offuscare il lavoro importante portato avanti. Ma anche in questo caso abbiamo privato del riconoscimento chi vive ogni giorno in situazioni problematiche o avvertite come tali.

Ma che cosa succede quando l’altro non viene riconosciuto? Si arrabbia, si distacca, si separa. Semplicemente va da un’altra parte. E questo è quello che è accaduto. E così siamo rimasti isolati, staccati da un paese reale che non ci riconosce più a forza di non essere riconosciuto. Ora, scusate le ripetizioni, dobbiamo tornare a riconoscere se vogliamo tornare a essere riconosciuti,  interlocutori credibili e affidabili.

C’è poi il caso di Ignazio Marino, che, a mio avviso, ha inciso profondamente nella percezione del partito all’esterno. Ancora oggi credo sia stata un’operazione assurda e sbagliata. Abbiamo fatto cadere noi un nostro sindaco che stava amministrando bene, che aveva vinto prima le primarie e poi le elezioni della capitale. E con quali modalità? Portando i nostri consiglieri a firmare le dimissioni da un notaio. È passato il messaggio di un’operazione fatta contro Marino solo perché non allineato con il segretario, che da premier non rispondeva nemmeno alle telefonate del sindaco della capitale. È risultata un’operazione in pieno spirito machiavellico, fatta solo per questioni legate al potere.

 

Ora, per tutti, resta la domanda principale: che fare?

 

L’ho già scritto, ma lo ripeto volentieri qui. Il PD, ma più in generale il centro-sinistra, ha, con questi risultati negativi, l’occasione che ogni sconfitta o fallimento porta con sé: pensarsi “come nuovo” e ripartire, con la consapevolezza che quando non ci sono posizioni di rendita da difendere si può osare di più ed essere più autentici.

 

Sul lato delle proposte il percorso da fare è perlomeno di dimensione europea e il PD deve farsene promotore e attore principale a partire dalla visione della sinistra come forza riformatrice. Forza che non difende l’esistente, ma lo migliora avendo a cuore le sorti dei più deboli, dei meno tutelati e di chi è rimasto indietro.

Per fare questo è necessario definire una linea politica chiara e innovativa su alcune questioni centrali e strutturali della nostra epoca:

  1. La crescita economica compatibile con il rispetto dell’ambiente (la nostra “casa comune”) e con il limite che la natura ci impone;
  2. La ridistribuzione della ricchezza dalla rendita al lavoro;
  3. Il rafforzamento dei diritti dei lavoratori e il miglioramento delle condizioni di lavoro;
  4. Il rapporto tra sviluppo tecnologico e lavoro;
  5. La garanzia di istruzione e diritto alla salute per tutti;
  6. Il sostegno alle persone in difficoltà sociali ed economiche;
  7. La lotta alle illegalità e alle mafie.

 

C’è poi l’aspetto che riguarda gli interlocutori. In questi anni si è lavorato poco per tenere insieme e molto per lacerare a sinistra. Dal mio punto di vista si tratta di uno degli errori più gravi e più difficile da rimediare. Ora il PD deve diventare il soggetto, tra le diverse forze politiche,  cui sta a cuore la ricostruzione di un campo comune. Deve trovare il modo di rimettere al centro ciò che unisce e non ciò che divide. Ma tutti sappiamo quanto sia facile demolire e, al contrario, difficoltoso costruire.

 

Non deve mancare una riflessione critica seria sul tema dei linguaggi e dei mezzi. Se è vero che stiamo attraversando la quarta rivoluzione, caratterizzata dall’infosfera e dalla connessione perenne, qualsiasi progetto politico dovrà tenere conto del nuovo mondo in cui viviamo. Di che cosa significhi oggi comunicare, informarsi, discernere. Non è un caso se su tutte le ultime elezioni nazionali c’è il sospetto o la prova di influenze di potenze straniere sulla costruzione del consenso di alcune forze politiche. I social network e la rete non sono più strumenti, ma l’ambiente in cui viviamo che determina anche i nostri fini e da da sfondo alle nostre conoscenze e ai nostri scambi comunicativi. Dovremo imparare ad abitare questi luoghi in maniera preparata e intelligente.

 

Sullo sfondo c’è un problema che non è solo del PD, ma di tutta la politica in generale, e che riguarda la relazione con gli elettori, caratterizzata da un sentimento di profonda sfiducia. Il crollo delle grandi ideologie, che in realtà ha coinciso con l’affermazione di un’ideologia unica, ha sancito non solo il tramonto di un sistema di idee, ma anche il tradimento di un sentimento. La politica non ha portato la felicità promessa. Non lo ha fatto il comunismo, il socialismo e nemmeno il capitalismo. Viviamo, sotto questo punto di vista, nel tempo del tradimento, delle “passioni tristi”, dove per la prima volta il futuro è caratterizzato dal segno “meno” e non dal segno “più” e si presenta come minaccia.

Dobbiamo allora chiederci come passare  dal tradimento alla riconciliazione. Servono testimonianze concrete di un modo diverso di vivere lo spazio politico. Per chi ricopre il ruolo di militante (ancora di più se rappresentante istituzionale) serve uno sforzo massimo verso rigore, credibilità e autorevolezza: nei gesti, nella scelta delle parole, nell’esempio personale, nel rispetto della parola data. Si tratta di un atto pre-politico, che fa da sfondo alla relazione. Quando una persona non si fida più di me posso dirle qualsiasi cosa, ma sarà inutile: non mi crederà. Inutile continuare a dire quanto sono stato bravo. Il problema è su un altro piano. Questo, credo, sia uno degli aspetti più rilevanti, oggi. E lo stato attuale questo dipende da dinamiche storiche che sono in atto da tempo, ma anche da alcune scelte fatte dal PD negli ultimi anni. Provo a fare due esempi parlando del jobs act e del tentativo di riforma costituzionale. Al di là delle differenti idee sui contenuti delle riforme attuate o proposte, c’è un dato: il PD non ha mai presentato queste proposte nel suo programma né le ha sottoposto al suo elettorato (nemmeno agli iscritti). Una volta fatte le primarie sulla leadership, la partecipazione è terminata. Entrambe queste proposte sono state portate avanti contro buona parte dell’opinione pubblica e di parte del nostro elettorato storico, senza che mai siano state sottoposte né al giudizio degli  elettori né al giudizio degli iscritti. Ripeto non sto parlando del merito delle proposte, ma delle modalità. Questo comportamento lavora per far crescere sfiducia e diffidenza. E’ fondamentale tornare a dare un valore importante alla parola data e alla partecipazione, da usare non solo per la selezione della leadership, ma anche quando ci sono in ballo questioni fondamentali che spaccano la base.

 

Sui territori partirei dalle cose semplici dando priorità a tutte le azioni e le progettualità che rimettano in moto i legami e le possibilità di incontro e di dialogo, magari a partire dalle situazioni avvertite come problematiche o importanti per i cittadini dei luoghi in cui viviamo. E’ necessario riorganizzare le segreterie, e il partito in generale, affinché si proceda lungo tre linee di fondo: ritornare a incontrare i cittadini e le persone a partire da quelli che sono i problemi reali o percepiti; ricostruire legami strutturali e continui con i corpi intermedi e il variegato mondo associativo; studiare e approfondire i problemi per elaborare pensieri all’altezza dell’epoca in cui viviamo.

 

Chiudo questa riflessione con un ultimo pensiero, che scaturisce come reazione ai tanti che dicono che dobbiamo “inseguire il nostro elettorato che si è spostato da un’altra parte”. Io non credo che un partito politico riformista, con un progetto di emancipazione collettiva, possa chiedersi troppo come piacere all’elettorato. Certo che deve farlo nel momento delle elezioni e che dovrà ricercare un equilibrio in questa dinamica, ma non potrà essere quella prioritaria. Se c’è una caratteristica positiva che la sinistra ha avuto nella storia è stata anche quella di essere animatrice di un percorso anche di emancipazione culturale, oltre che sociale e politico. Per dirla in altre parole non dobbiamo solo concentrarci sulla definizione dell’offerta migliore e più allettante elettoralmente, ma anche porci il problema dell’educazione della domanda, fuori da ogni logica paternalistica o depositaria, ma in un’ottica di una comunità che cresce insieme: “Nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo. Gli uomini si educano insieme con la mediazione del mondo” (Paulo Freire).

Dobbiamo riconciliare progetto politico e progetto pedagogico se vogliamo che provino a essere maggioritarie idee che ci spingano dall’io al noi. Ce lo ha insegnato bene Alfredo Reichlin, come ci ha ricordato Gianni Cuperlo in occasione della sua morte: “la sinistra il popolo non l’ha trovato, ma lo ha cercato e costruito”.

 

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