Il 4 marzo andiamo a votare con uno sguardo rivolto al futuro

Cosa dire su questo appuntamento elettorale? Difficile intervenire in una campagna che molti commentatori hanno definito la peggiore e più scadente degli ultimi decenni.

Personalmente credo sia utile avere uno sguardo glocal (ve lo ricordate questo termine che fino a poco tempo fa andava di moda?). Cerco di inserire, cioè, le vicende italiane, e questa elezione, all’interno del contesto più ampio. Lo faccio perché sono convinto che molte delle soluzioni ai nostri problemi dipenderanno non tanto dagli equilibri delle forze politiche “interne” del nostro Paese, quanto, piuttosto, dai rapporti che i futuri governi riusciranno a mettere in campo a livello internazionale, a partire da quello europeo. Provo subito a fare un esempio, per chiarire ciò che ho in mente.

Molti di noi, in questi mesi, hanno seguito, a diverso titolo, la vicenda Embraco. L’azienda ha deciso di licenziare 500 lavoratori e di spostare la produzione in Slovacchia senza motivazioni legate a fattori di crisi, ma per pura convenienza finanziaria e nonostante gli aiuti ricevuti dallo Stato negli anni precedenti. A nulla sono valsi i tentativi di tutti i livelli istituzionali (Regione e Governo) per raggiungere una soluzione di natura diversa: la scelta è stata irrevocabile.
In questi anni ho visto dinamiche analoghe in diverse situazioni, contraddistinte da due fattori: la scelta dell’azienda di delocalizzare insieme all’impotenza della politica. Si tratta di un dato strutturale che si configura necessariamente in quanto abbiamo un capitale globalizzato a fronte di una politica che agisce su base nazionale. La politica sarà in grado di fronteggiare le storture del capitalismo odierno solo se sarà capace di costruire istituzioni sovra-nazionali o post-nazionali, con buona pace dei nazionalisti nostrani che non possono realizzare nulla di ciò che prospettano. La maggior parte delle azioni a difesa dei lavoratori riguardano la nostra capacità di costruire istituzioni e regole comuni almeno a livello europeo.

Lo stesso ragionamento vale per i rapporti che riguardano la circolazione delle merci. Anche in questo caso chi vaneggia di dazi a livello nazionale fa finta di ignorare che, qualora aprissimo un conflitto commerciale di questo tipo, saremmo i primi a pagare un prezzo altissimo, considerato che siamo uno dei Paesi che esporta di più al mondo. Anche in questo caso la costruzione dell’Europa unita è un passaggio minimo obbligato per poterci confrontare con Cina, Russia, Stati Uniti d’America.

Ancora di più, tutto questo ragionamento vale per la diseguaglianza che è in forte aumento. La ricchezza prodotta si accumula sempre di più nelle mani di pochi, mentre scarichiamo la colpa di ogni problema avvertito sui migranti.

Aveva ragione, di una ragione profetica, Altiero Spinelli, quando nel lontano 1941, scriveva:

E quando, superando l’orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione di insieme tutti i popoli che costituiscono l’umanità, bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l’unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l’unità politica dell’intero globo.

La linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale.

L’alternativa alla costruzione di un soggetto unitario europeo è molto pericolosa: la guerra. Noi abbiamo la fortuna di vivere in un luogo che è restato lontano da questo dramma negli ultimi 70 anni, ma basta guardarsi attorno, anche molto vicino, per comprendere che non dobbiamo dare per scontato nulla. Penso ai tanti conflitti violentissimi sparsi in diverse parti del globo, al terrorismo internazionale, ma soprattutto a Trump e alla situazione politica europea. All’Ungheria di Orban, al governo polacco, a come sono andate le elezioni in Francia e in Austria. Ovunque sembrano moltiplicarsi i segnali che vanno nella direzione opposta a quella indicata da Spinelli: il nazionalismo diventa sempre di più la risposta alle paure e all’insicurezza e viene fatto coincidere con chiusura verso l’altro, assenza di solidarietà, restrizione delle libertà fondamentali, scadimento della qualità del dibattito pubblico e aumento della violenza, sia essa verbale o agita. Crescono movimenti esplicitamente fascisti che mettono nuovamente a rischio il percorso di pace e di costruzione dell’Europa unita. Si costruiscono muri e aumenta odio sociale verso l’altro, il diverso, che in questo momento è rappresentato in maniera particolare dai migranti.
Nelle settimane scorse ho avuto la fortuna di accompagnare 90 ragazzi delle scuole superiori in Polonia, per visitare insieme, i campi di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Sembra assurdo che milioni di persone ignorino l’insegnamento della tragedia europea più grande: abbiamo toccato con mano a che cosa porta l’istituzionalizzazione della violenza e la criminalizzazione di gruppi.

Sarebbe davvero miope affrontare l’appuntamento elettorale italiano immaginando che sia scevro da tutto questo e che la democrazia così come l’abbiamo conosciuta noi, sia un dato acquisito per sempre.

E’ dentro questa cornice che dobbiamo guardare ai programmi, che vanno valutati, confrontati e “pesati” con la credibilità, l’autorevolezza e la storia di chi li propone (se volete leggere una sintesi di quello del Partito Democratico leggete qui). E’ sufficiente scorrere le parole chiave scelte dalle diverse forze politiche per risalire alle visioni dell’uomo e del mondo che presuppongono e per comprendere che in questo Paese il voto a destra non è un’opzione: ancora una volta sembra che l’Italia sia condannata a non avere una destra “normale”, liberale. Da noi deve per forza strizzare l’occhio o al fascismo o alle mafie o al più becero populismo.

La sinistra è in crisi in Italia, come lo è nel resto d’Europa e del mondo: fatica a costruire una proposta che parli a tutti, a convincere che la strada da perseguire per uscire dalla crisi sia quella della solidarietà e della libertà saldate insieme, a rispondere ai dominanti sentimenti di paura e insicurezza.
E’ compito di ciascuno di noi farsi carico della responsabilità di non condannare l’Europa alla divisione, alla chiusura e al conflitto. A partire dal voto di domenica prossima, quando saremo chiamati a eleggere il parlamento che deciderà delle maggioranze dei futuri governi e delle politiche dei prossimi anni in Italia.
Ad alcuni ragazzi giovani, che mi hanno chiesto un consiglio su cosa votare, ho consigliato di cominciare con l’escludere chi parla alla pancia, chi solletica la rabbia o vuole sfruttare paura e insicurezza; di concentrarsi, invece, su chi si rivolge all’intelligenza degli interlocutori, nella consapevolezza che la convivenza e la pace richiedono l’impegno di ciascuno di noi. Dobbiamo respingere con forza chi propone come soluzione ai problemi la strada che mette uomini contro altri uomini, o l’egoismo come leva sui cui costruire il futuro.

Io lo farò votando il Partito Democratico, che, nonostante i suoi limiti, ritengo rappresenti lo strumento politico migliore che abbiamo a disposizione per andare nella direzione che ho cercato di descrivere. Ne sto facendo esperienza diretta in Regione Piemonte, dove da quattro anni portiamo avanti un’opera instancabile di risanamento e di rilancio dell’ente, ma vale anche per il Governo nazionale, fortemente ancorato alla prospettiva europeista, che ha raggiunto risultati importanti, soprattutto se paragonati ai rapporti di forza presenti in parlamento. In alcuni ambiti siamo di fronte a una delle legislature più importanti della storia repubblicana: penso in particolare ai diritti civili e al tema della lotta alle mafie.

Sono convinto che l’appuntamento elettorale non sia mai risolutorio dei problemi di un Paese. Con questo non voglio dire che allora non serva votare. Al contrario, sostengo che sia un elemento necessario, ma non sufficiente di un processo democratico che ci chiede ben altro che recarci alle urne ogni 5 anni: occorre prendere parte a questo processo tutti i giorni che ci separano da un’elezione all’altra.

Andiamo a votare il 4 marzo, ma poi, qualunque sia il risultato, ricordiamoci che dal 5 marzo tocca ancora a ciascuno noi. Tutti i giorni.

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