GAP: Inutile continuare a tirare per la giacca il presidente Chiamparino

Approvata la Legge Regionale sul Gioco d’Azzardo Patologico

Il Consiglio Regionale si è più volte espresso sul tema del gioco d’azzardo patologico: prima votando all’unanimità la legge regionale 9/2016 e poi  votando un ordine del giorno che impegna la Giunta alla piena attuazione della legge stessa.

Pur comprendendo il clima da campagna elettorale, faccio notare che la politica non può inseguire le richieste, seppur legittime, di portatori di interessi economici particolari. Al contrario, tra i diversi interessi in gioco, deve trovare una mediazione che metta al centro il bene comune, a partire dalla tutela dei più fragili. Questo è quello che ha fatto la Regione che, con la legge sul GAP, vuole difendere le fasce più deboli della popolazione, che sono anche le più colpite da un fenomeno che i dati identificano come devastante per la nostra società.

Chi si sofferma sulla questione dei posti di lavoro pone un problema serio, che deve essere affrontato insieme, però, ad un’analisi ampia del fenomeno e alle conseguenze sociali e sanitarie che esso produce.

La raccolta di denaro attraverso il gioco ha raggiunto quota 96 miliardi di euro all’anno, una cifra che è raddoppiata negli ultimi 10 anni, nonostante la forte crisi economica, a fronte di entrate erariali da esso derivanti rimaste pressoché invariate. Ci troviamo di fronte a un mercato “dopato” dalle scelte governative degli ultimi decenni che hanno trasformato il gioco d’azzardo in un ambito da cui trarre profitto, mentre fino al 1992 l’atteggiamento dello Stato era molto più prudente in quanto riconosceva i rischi collegati all’attività dell’azzardo.

Le occasioni e i luoghi di gioco si sono moltiplicati, così come gli inviti a giocare d’azzardo, al punto da raggiungere un livello di pervasività totalizzante: al bar, dal tabaccaio, al supermercato, ecc… Conseguentemente le persone che giocano e che si ammalano sono aumentate e lo stesso Governo ha dovuto inserire il GAP all’interno dei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), ovvero parificandolo a malattie rare e croniche, autismo, demenza e molte altre ancora. Il gioco d’azzardo patologico non può essere più visto solo come un ‘vizio’, ma come una vera e propria malattia: la differenza è che questo “virus” colpisce alcuni e fa arricchire altri.

La verità è che questa crescita costante ha fatto esplodere la contraddizione tra le scelte dei Governi e quelle delle Regioni: si mettono sulla bilancia, da un lato, la monetizzazione del gioco, dall’altro, la salute dei cittadini. Il Piemonte sceglie di mettere al centro il benessere delle persone.

Dovremmo cogliere questo momento di conflitto per decidere, una volta per tutte, da che parte stare, cercando di eliminare questa ipocrisia e uniformando l’azione dello Stato con quella delle autonomie locali. Oggi stiamo certamente vivendo una contraddizione, ma di chi è la responsabilità? Delle Regioni che prendono atto di una situazione drammatica e provano a porvi rimedio oppure di chi, in questi anni, ha permesso che la situazione esplodesse solo con l’obiettivo di fare cassa? Quanto ci costa in termini culturali, sociali, sanitari ed economici tutto questo?

La legge regionale è frutto di un percorso lungo e condiviso e non è animata da nessuno spirito proibizionista. La legge non proibisce: allontana oppure sposta. La logica è totalmente altra: si tratta di allontanare il gioco dai “luoghi della vita”, di allentare la pervasività cresciuta in questi anni. Si fa questo mentre si investe, con un piano da 6,7 milioni di euro, su prevenzione e cura. Se proprio si vuole fare una richiesta alla Giunta, allora dobbiamo chiedere che il piano entri immediatamente nel vivo, con tutte le azioni previste.

Una verifica della norma andrà fatta, perché esistono sempre spazi di miglioramento, tanto più in ambiti così complessi: alla fine di questa verifica dovremo certamente discutere di alcuni aspetti tecnici, ma non saranno in discussione, in nessun modo, i princìpi della legge.

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