Con Andrea Orlando a Novara per cambiare il PD

Nella giornata di ieri, mercoledì 29 marzo, Andrea Orlando è stato a Novara per incontrare i cittadini e presentare la sua mozione. Ho avuto l’onore di introdurre il suo intervento a nome del Comitato provinciale  a sostegno della sua candidatura. Ecco le parole che ho pronunciato per farlo:

 

 

Grazie, Andrea

per essere qui con noi.
Ti do il benvenuto a Novara a nome del comitato che sostiene la tua candidatura a segretario nazionale del PD che vede la partecipazioni di tanti persone. Donne, uomini, giovani che credono che il Partito Democratico debba cambiare perché sta attraversando una forte crisi. E noi sappiamo che se il PD non funziona, se i partiti vanno in crisi, è il paese a pagare il prezzo più alto.

Ti ringraziamo per aver accettato la difficile sfida della candidatura alla segreteria nazionale del PD, per le parole che hai scelto per comunicare la tua scelta. Parole ferme, ma miti, rivolte a creare legame e non divisione. Questo ha un valore particolare in un tempo caratterizzato da slogan urlati per dividere, per dire sempre “o con me o contro di me” perché come ha ricordato il presidente Mattarella una decina di giorni fa “la ricerca di slogan efficaci solo per danneggiare l’avversario con l’unico obiettivo di conquistare qualche voto in più, è una depressione della democrazia”

Nella mozione che stai presentando in tutta Italia e in Europa ci sono molti argomenti e molti stimoli su come affrontare la complessità delle sfide odierne: la centralità dell’uguaglianza, la necessità di politiche fiscali diverse, dell’Europa, dell’antimafia… e molto altro ancora. Di tutto questo parleremo nei giorni che ci separano da qui al 30 aprile e di molte di queste cose probabilmente parlerai tu anche oggi.

Io in questa mia breve introduzione vorrei parlare di una cosa sola. Di una parola: RICONOSCIMENTO.  Partendo da due domande semplici:

  1. In chi ci riconosciamo?
  2. Chi si riconosce in noi?

Sono domande fondamentali che ci raccontano chi siamo.

Non potevi trovare titolo migliore per presentare la mozione: “Unire l’Italia, Unire il PD – Una casa divisa non può reggere”. Durante gli ultimi anni abbiamo seminato divisioni, separazioni, credendo (alcuni di noi, non tutti, per la verità) che potevamo bastare a noi stessi.

Sono stati creati dei solchi… interni ed esterni.

Interni con tutti coloro che osavano pensarla diversamente, che non si allineavano. Alcuni solchi sono diventati fossati. Tanto da separare le strade. E ora che le abbiamo separate rischiamo di essere così distanti da escludere a priori di poter camminare insieme.

Esterni con la maggior parte dei mondi che avrebbero dovuto essere (e lo erano) privilegiati per noi. Nostri mondi di riferimento: il mondo del lavoro, della scuola, il mondo dei giovani… Basta guardare l’analisi del voto relativo al referendum per capire quanto siamo poco riferimento per la popolazione giovanile e per i ceti popolari. Sarebbe bastato guardare anche le ultime amministrative, in realtà.

Dicevo dei solchi. Ecco i motivi di questi solchi io non li vedo tanto o solo nel merito di alcune questioni o riforme, ma soprattutto nel metodo, nello stile che il PD ha adottato.

1. L’altro, quando non la pensa come il capo, quando non è allineato, perde il diritto al “riconoscimento”: viene ignorato, o deriso, o etichettato in maniera ridicola. Penso, in particolare, ai tanti “gufi”, ai “ciaone”, ecc… La diversità non è più ricchezza, ma fastidio perenne affrontata con la forza dei numeri. L’altro non serve: non serve la minoranza, non servono i corpi intermedi… basta la mia idea, la mia persona.

2. Penso alla negazione della realtà, che anche se piena di problemi deve essere descritta come perfetta, perché altrimenti rischia di offuscare il lavoro spesso importante portato avanti. Ma anche in questo caso abbiamo privato del riconoscimento chi in quei problemi ci vive ogni giorno.

Cosa succede quando l’altro non viene riconosciuto?… l’hai detto tu l’altra mattina ad Agorà: si arrabbia. Si distacca, si separa.

Ed è questo il nostro rischio più grande… la posta in gioco in questo congresso – Il rischio di restare isolati, staccati da un paese reale che non ci riconosce più a forza di non essere riconosciuto. Dobbiamo tornare a riconoscere per tornare a essere riconosciuti. Per essere il soggetto o la comunità a cui guarda chi è rimasto indietro, chi non ce la fa. A cui guarda con fiducia immaginando che con noi le cose potranno andare meglio.

Allora gli strappi vanno ricuciti per porre le condizioni di un percorso condiviso con chi era compagno fino all’altro ieri e per evitare di perdere altri compagni di strada e per ricostruire legami con i mondi da cui ci siamo separati e con il paese reale.

Abbiamo bisogno di qualcuno che guidi questo processo di ricostruzione perché crede in questo partito, perché crede nella politica. Non che usi il partito solo per governare. Anche su questo il tuo pensiero è stato chiaro: dobbiamo superare questo peccato originale della coincidenza tra segretario e presidente del consiglio. Perlomeno dobbiamo superare l’automatismo. Ci possono essere condizioni in cui questo è auspicabile, altre in cui non lo è. Se questo partito deve rinascere come agente costruttore di comunità ha bisogno dell’impegno di molti, di un impegno e di competenze diverse, però. Che abbiano come orizzonte l’arco temporale di una generazione e non quella della prossima elezione.

Che bello sarebbe se le persone in difficoltà ci cercassero non perché siamo consiglieri comunali, regionali o ministri… ma perché siamo del PD. Se riconoscessero a questo partito il ruolo di interlocutore per l’emancipazione individuale e collettiva. Ma questa è una sfida che non riguarda il governo, ma la politica: quella a cui siamo condannati perché esseri storici e quindi responsabili di quello che accade e dei mondi che siamo in grado di costruire.

 

Nei giorni scorsi è mancato uno dei padri storici della sinistra italiana: Alfredo Reichlin.

Nel ricordarlo oggi con voi – e con questo chiudo vorrei richiamare un passaggio del discorso che Gianni Cuperlo ha fatto per commemorarlo. A un certo punto parlando della visione che Reichlin aveva del rapporto tra sinistra e popolo dice: “la sinistra, come non si è mai stancato di ricordarci, il popolo non l’ha trovato, ma l’ha cercato e costruito”.

Allora io vi chiedo e chiedo a tutti noi: chi stiamo cercando? Quale popolo stiamo costruendo?

Ve lo chiedo davvero: quale popolo cerchiamo quando impostiamo la campagna referendaria su slogan quali “Vuoi meno poltrone? Vota si!” “Vuoi meno politici?”.

Ma la cosa più importante che ci dicono queste parole è la necessità di recuperare una dimensione pedagogica della politica che argini la deriva della democrazia spettacolo che cerca un pubblico, per provare a costruire una comunità di donne e uomini che si riconoscono in qualcosa di più grande e che camminano insieme per realizzarlo perché solo insieme ci si libera.

Di tutto questo non c’è traccia nel partito di oggi: se vogliamo provarci serve un cambiamento. Questa è la posta in gioco. La sfida più grande che abbiamo in vista del 30 aprile è Far passare il messaggio che quello che succede quel giorno non riguarda solo il partito ma il paese intero.

Serve una svolta e noi crediamo che tutto questo sia possibile con Andrea Orlando segretario.

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