“La formazione musicale di base tra progetti e utopia”

img_6613“La formazione musicale di base tra progetti e utopia”… questo il titolo della tavola rotonda a cui ho partecipato sabato mattina presso il Conservatorio di Alessandria.

Mi ha provocato molto il titolo: mette insieme parole che non sempre stanno insieme.
Nell’immaginario collettivo, nel nostro paese, nonostante tutta l’importanza che la cultura e la musica hanno avuto nella costruzione della nostra identità storica e collettiva, la musica resta comunque un percorso individuale di una persona che lo fa per arricchimento personale. poi, però, nella vita bisogna occuparsi di altro, di cose serie.
Abbiamo messo da parte le potenzialità della musica, dell’arte, della bellezza sulla crescita individuale, ma soprattutto su quella collettiva.
E’ per questo che l’esperienza de “Il sistema” nata in Venezuela con José Antonio Abreu ci sembra eccezionale. Eppure dimostra non solo che “si può fare”, ma che le orchestre e i cori giovanili sono uno strumento pedagogico e sociale fortissimo, anche nei contesti più complicati e con i ragazzi più difficili.
Spesso nelle assemblee con gli studenti citiamo questa frase di Peppino Impastato sulla bellezza:

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”

img_6617L’esperienza venezuelana ci interroga in questa direzione e credo che anche nel nostro Paese dovremmo ripartire da qui. Non è un caso credo che questo stimolo ci arrivi forte dall’America Latina. Non è la prima volta e non vale solo per l’ambito musicale.

Penso all’ambito teologico, ad esempio: è lì che nasce e cresce la teologia della liberazione che ha tentato di incarnare il più possibile la spiritualità, di connetterla alle cose terrene.
Penso ad Augusto Boal (brasiliano, 1931-2009), regista e attore che fondò una forma nuova di teatro: il teatro dell’oppresso: il teatro veniva usato con i ceti popolari per prendere coscienza delle contraddizioni e per capire insieme come procedere, il “che-fare”. Celebre è la sua massima: “tutti possono fare teatro, anche gli attori”. Si scardina così l’idea per cui il teatro è qualcosa che fanno altri, gli attori, in un teatro e gli spettatori guardano.
E’ stato davvero interessante confrontarsi, in un Conservatorio, su questi aspetti insieme a tanti amici e colleghi: come me c’erano Elena Ferrara, Davide Mattiello, Gianna Pentenero, Gabriele Molinari (presidente della scuola Dedalo di Novara) e il direttore nazionale delle scuole di musica che in Italia portano avanti l’esperienza de “Il Sistema”.
Anche nel nostro Paese è maturo il tempo per veri e propri progetti che ci permettano di avvicinarci un po’ di più all’utopia di un mondo più giusto e più eguale. Ho proposto all’assessora Pentenero di immaginare sperimentazioni a partire dal mondo della formazione professionale.
Come spesso accade è la società civile che arriva prima, che intercetta. Ora tocca alla politica provare a mettere a sistema.
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