“La democrazia é filologia e non misologia”

democraziaE’ stato messo in votazione l’ordine del giorno relativo al manifesto apparso a Bussoleno  e in altri paesi della Val di Susa. Ne avevamo già parlato qui. Ritengo grave che non tutte le forze politiche abbiano votato la condanna di quanto accaduto. Il M5s non ha partecipato al voto. Non può essere mai giustificato, per nessun motivo,  il passaggio al linguaggio della violenza.

Ecco il testo del mio intervento.

Quanto accaduto è grave e pericoloso.
E’ grave per una serie di motivi.
Il più importante riguarda la visione della vita comune e condivisa che esso porta con sé: se non sono d’accordo con quello che fai o che pensi non entro nel merito del ragionamento, non cerco di convincerti del contrario. Cerco, invece di convincerti, appunto, di VINCERTI. Comincio con il minacciarti o con il cercare di intimidirti senza nemmeno entrare nel merito delle questioni.
Questo sposta inevitabilmente il conflitto dal piano (legittimo) politico e istituzionale a quello delle minacce e delle intimidazioni, nemmeno troppo velate. Come a dire “state attenti, sappiamo chi siete e che cosa avete fatto”.
C’è chi vuole spostare la risoluzione del conflitto dal piano delle delle idee e delle argomentazioni a quello della violenza. Non è la prima volta che accade nella nostra storia e sappiamo quanto questo sia pericoloso.
E’ una logica che appartiene alle istituzioni totali e delle mafie (che questo sono).

Dovremmo aver imparato una cosa semplice: questo sistema è imperfetto, ma a oggi è il migliore che abbiamo e che se non rifuggiamo in maniera totale e definitiva il ricorso alla violenza nella risoluzione dei conflitti che inevitabilmente sorgono nella convivenza portiamo il paese in un clima dove violenza e paura sono all’ordine del giorno. Ognuno di noi, al netto delle differenze sulle politiche necessarie a questo paese, ha il compito primario di evitare tutto questo.

Perché se non siamo d’accordo sui fondamentali è difficile costruire terreno comune. Strizzare l’occhio a questi avvenimenti vedendoli come errori comunicativi, bravate, significa ignorare la storia d’Italia, ignorare “i compagni che sbagliano”. Significa diventare complici. E guardate che questo rischio è ancora più grande oggi che la crisi sociale è forte e che la scarsa fiducia nei confronti delle istituzioni e della politica è a livelli massimi.
Alcuni colleghi hanno già fatto riferimento all’astensionismo. Fenomeno gravissimo.
Questo elemento è centrale perché il sentirsi rappresentati o meno, da parte dei cittadini, fa la differenza su quanta forza avrà quella determinata istituzione. In altre parole perché il cittadino deve adeguarsi alle decisioni prese dalle istituzioni? O meglio perché in alcuni paesi più facilmente i cittadini rispettano le leggi e le decisioni prese dalle istituzioni e in altri meno? Oltre ad alcuni aspetti culturali che fanno da sfondo è sicuramente determinante la coscienza di quanto i cittadini si sentono rappresentati da chi ha preso quella determinata decisione, quanto è diffusa la consapevolezza che quella specifica decisione o quell’insieme di provvedimenti sono stati adottati nell’ottica dell’interesse pubblico. Più i cittadini si sentiranno distanti dalle istituzioni meno sentiranno la “spinta” a comportarsi secondo quanto deciso.

L’esistenza di istituzioni politiche capaci di incarnare l’interesse pubblico è il discrimine tra le società politicamente sviluppate o meno.
Per Bertrand De Jouvenel costruire comunità significa “istituzionalizzare la fiducia” e la “funzione essenziale delle autorità pubbliche” è quella di “incrementare la fiducia reciproca, cioè l’elemento che costituisce il cuore dell’insieme sociale”. Questo riguarda il rapporto tra cultura della società e istituzioni politiche. L’assenza di fiducia nella cultura della società crea ostacoli alla creazione delle istituzioni pubbliche.

Il nostro primo compito è quello di recuperare questo rapporto facendo le scelte giuste, corrette e rifiutando la tentazione di cavalcare questa distanza per aumentare il nostro consenso. E’ un meccanismo pericoloso perché mette il consenso prima del bene comune. Questo meccanismo da noi rischia di diventare cultura e quindi difficile da sradicare. Se noi lo condanniamo quando parliamo di mafie, quando chiediamo che prima dei voti, delle tessere, del consenso venga il bene comune, lo stesso dobbiamo fare quando parliamo della risoluzione violenta dei conflitti. Su questo non si cerca consenso, mai. Saremmo irresponsabili se lo facessimo.

Se la democrazia è anche mediazione di interessi, in un momento di crisi questa situazione può diventare pericolosa. Quando il livello di conflittualità sociale si alza e con istituzioni fragili la mediazione diventa difficile. Nella storia, quando questa è fallita, la convivenza tra le diversità è diventata più difficile, gli spazi democratici si sono affievoliti e si sono aperti scenari autoritari.
Chi si candida a rappresentare i cittadini ai diversi livelli di governo deve avere chiaro tutto questo e sentirsi responsabile di recuperare più fiducia possibile. Solo su una base solida c’è la possibilità di confronto tra diverse posizioni di merito e si può preservare la convivenza democratica.

Al netto della trasformazione che sta investendo la forma partito, “come aumentare la fiducia e la partecipazione dei cittadini” deve essere la sfida centrale per chiunque oggi voglia fare della buona politica, che non può che essere inclusiva e democratica.

Io, e tanti con me, ho un’idea della convivenza democratica. Il confronto può essere aspro ma il terreno deve restare quello delle idee e i luoghi quelli della politica e delle istituzioni. Il resto è una regressione a uno stato dove è la violenza a voler decidere che cosa sia più giusto e non il confronto democratico.
Per dirla con le parole di Gustavo Zagrebelsky con le quali chiudo “La democrazia è discussione, ragionare insieme. È, per ricorrere ad un’espressione socratica, filologia non misologia. Chi, come coloro che si ritengono superiori agli altri, odia i discorsi e il confronto delle idee alla persuasione preferisce la sopraffazione.”

 

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