L’astensionismo? Una questione primaria

Dopo l’amarezza e la delusione scaturite dai risultati dell’ultima competizione elettorale, provo a mettere in fila alcuni ragionamenti che accompagnano gli stati d’animo.

La tesi è molto semplice: l’astensionismo, nei sistemi di democrazia rappresentativa, è il problema primario.

Partiamo da un paio di domande? A che cosa servono i governi e più in generale le istituzioni? Perché siamo arrivati a questo tipo di organizzazione della convivenza sociale e politica? Cercando di dirlo nella maniera più semplice possibile, possiamo affermare che nella storia si è reso necessario, in ogni epoca e in ogni contesto, il superamento (anche temporaneo) del conflitto degli interessi dei diversi gruppi in gioco in una data comunità, in vista di un interesse condiviso o comune, che superi e medi tra i diversi interessi di parte, al fine di evitare il conflitto perenne e garantire la convivenza pacifica dei diversi attori e gruppi.

La nostra storia ci ha portato a individuare nel sistema della democrazia rappresentativa, il modello e il metodo migliore (almeno fino a oggi), con i quali costruire e gestire questo equilibrio. In altri momenti storici e in altri contesti (anche odierni) sono in vigore altri modelli.

Nel modello della democrazia rappresentativa i partiti, e in particolare i partiti di massa, hanno fatto sì che il suffragio universale, faticosamente conquistato, trovasse una strada concreta e storica di applicazione. Senza di essi sarebbe restato un diritto sulla carta e l’occidente avrebbe continuato a essere governato da oligarchie borghesi o aristocratiche. Solo con il faticoso processo che vide le masse finalmente partecipare al meccanismo di selezione della classe dirigente e alla elaborazione delle scelte politiche ai diversi livelli la democrazia rappresentativa è diventato il sistema che ha garantito libertà, crescita e coesione sociale.

Che cosa dà fondamento all’autorità? Alle istituzioni? Se in un sistema monarchico è la dinastia o il diritto divino e in quello oligarchico è l’appartenenza a un determinato gruppo, in democrazia è la rappresentatività del più alto numero di cittadini possibile. È questo l’elemento cruciale. Quale differenza c’è tra un’oligarchia e una democrazia rappresentativa (diversa dalla democrazia diretta)? Nella prima i pochi governano in quanto appartenenti a un gruppo, mentre nella seconda perché rappresentano un elevato numero di cittadini. Questo elemento è centrale perché il sentirsi rappresentati o meno, da parte dei cittadini, fa la differenza su quanta forza avrà quella determinata istituzione. In altre parole perché il cittadino deve adeguarsi alle decisioni prese dalle istituzioni? O meglio perché in alcuni paesi più facilmente i cittadini rispettano le leggi e le decisioni prese dalle istituzioni e in altri meno? Oltre ad alcuni aspetti culturali che fanno da sfondo è sicuramente determinante la coscienza di quanto i cittadini si sentono rappresentati da chi ha preso quella determinata decisione, quanto è diffusa la consapevolezza che quella specifica decisione o quell’insieme di provvedimenti sono stati adottati nell’ottica dell’interesse pubblico. Più i cittadini si sentiranno distanti dalle istituzioni meno sentiranno la “spinta” a comportarsi secondo quanto deciso.

L’esistenza di istituzioni politiche capaci di incarnare l’interesse pubblico è il discrimine tra le società politicamente sviluppate o meno.

Per Bertrand De Jouvenel costruire comunità significa “istituzionalizzare la fiducia” e la “funzione essenziale delle autorità pubbliche” è quella di “incrementare la fiducia reciproca, cioè l’elemento che costituisce il cuore dell’insieme sociale”. Questo riguarda il rapporto tra cultura della società e istituzioni politiche. L’assenza di fiducia nella cultura della società crea ostacoli alla creazione delle istituzioni pubbliche.

L’astensionismo, soprattutto quando raggiunge livelli significativi è da inquadrarsi in questo ragionamento. Non può assolutamente essere interpretato come secondario. Se aumentano sempre di più le persone che decidono di non andare a votare, se il rapporto tra i cittadini e chi si candida a fare da intermediario tra questi e le istituzioni (i partiti), si incrina al punto tale da arrivare quasi ad annullare la fiducia, siamo di fronte a un problema che riguarda i fondamenti del vivere comune in un sistema democratico. Si mette in discussione la base che sostiene le istituzioni. È come se dovessimo costantemente adeguarci a scelte imposte da “estranei”… non lo faremo volentieri, soprattutto se implicheranno sacrifici.

In un momento di crisi questa situazione può diventare pericolosa. Quando il livello di conflittualità sociale si alza e con istituzioni fragili la mediazione diventa difficile. Nella storia, quando questa è fallita, la convivenza tra le diversità è diventata più difficile, gli spazi democratici si sono affievoliti e si sono aperti scenari autoritari.

Chi si candida a rappresentare i cittadini ai diversi livelli di governo deve avere chiaro tutto questo e sentirsi responsabile di recuperare più fiducia possibile. Solo su una base solida c’è la possibilità di confronto tra diverse posizioni di merito e si può preservare la convivenza democratica.

Al netto della trasformazione che sta investendo la forma partito, “come aumentare la fiducia e la partecipazione dei cittadini” deve essere la sfida centrale per chiunque oggi voglia fare della buona politica, che non può che essere inclusiva e democratica.

 

P.S.: mi scuserete se il ragionamento non ci sta in un tweet

 

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