Mozione per il riutilizzo sociale del Castello di Miasino – APPROVATA!

Il Consiglio Regionale ha approvato oggi all’unanimità la mozione che impegna la Giunta Regionale a mettere in campo tutte le azioni necessarie affinché si arrivi al riutilizzo sociale del bene confiscato noto come “Castello di Miasino”  Sotto il mio discorso di presentazione della mozione.

Grazie Presidente.

Gentili colleghe, cari colleghi,

non vi sembrerà vero, ma la situazione che mi accingo a descrivere si sta verificando proprio in Piemonte, a riprova, se ancora ce ne fosse bisogno, che non siamo immuni da problemi che normalmente riteniamo appartenere ad altre parti di Italia. Si tratta di una situazione particolare che ci dice qualcosa di universale, una di quelle vicende territoriali specifiche che ci rimanda a meccanismi che non funzionano nell’intero sistema Italia e in particolare, direi, al tema della debolezza delle Istituzioni.

I fatti 

castello-miasinoA casa nostra, in Piemonte, più precisamente tra Miasino e Ameno due paesini sul lago d’Orta in provincia di Novara esiste un immobile di pregio (noto come Castello di Miasino) che pur essendo confiscato in via definitiva a un boss della camorra, poi divenuto collaboratore di giustizia, è gestito da una società di proprietà di Grazia Galise, che certamente è stata moglie del boss Galasso a cui è stato confiscato il castello.

Ma andiamo per gradi. Come siamo arrivati a questa situazione?

Il boss della camorra Pasquale Galasso, affiliato alla Nuova Famiglia di Carmine Alfieri, acquista l’immobile, fatto costruire a fine dell’Ottocento dalla famiglia Solaroli, negli anni ‘80. Nel 1992 verrà arrestato diventando poi collaboratore di giustizia. Il castello sarà sequestrato per poi essere confiscato nel 2006 quando arrivò la condanna da parte della Corte di Appello di Napoli. La sentenza è diventata definitiva nel 2007 con il pronunciamento della Cassazione.

Durante il periodo di sequestro il Tribunale di Napoli decide di dare in gestione il castello a una società che comincia a gestire l’immobile per fini commerciali in cambio di un investimento per ristrutturare il castello e di un affitto. La società si chiama “Castello di Miasino srl”. La società utilizza il castello soprattutto per organizzare matrimoni e arriva a , nei periodi di massima attività, anche 30 al mese. Fin qui, nulla di particolare. A un certo punto, però, le quote della società vengono rilevate da Grazia Galise che nel giro di poco tempo diventa proprietaria al 100% di tutte le quote societarie. Grazia Galise era moglie di Pasquale Galasso. Uso il tempo “passato” perché non so in quali rapporti siano oggi. Certamente era la moglie di Galasso ai tempi dell’arresto e del sequestro. Inoltre, va detto che la persona che ha gestito concretamente l’immobile in questi anni (chi accoglie gli sposi e ha rapporti con i fornitori) è Sabatino Galasso, nipote del boss.

il problema è che questa situazione, nata durante il periodo di sequestro, persiste ancora oggi nonostante

  1. sia nota ai più (ne hanno parlato più volte giornali e TV),
  2. esista una sentenza di confisca definitiva (oramai da 7 anni)
  3. esista un’ordinanza di sgombero.

Come mai? Perché nel civilissimo Piemonte succede tutto questo?

Nei primissimi anni successivi alla confisca c’è stato un tentativo di opposizione al dispositivo di confisca, che però, il Tribunale ha rigettato. Successivamente, però, almeno a partire dal 2012 uno dei motivi che ha provocato questo stallo è legato al fatto che nessuna Istituzione del territorio ha mai risposto positivamente alle richieste di disponibilità fatte dall’Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati a Regione, Provincia, Comuni e Agenzia del Demanio. Fino a pochi anni fa, inoltre, c’era certamente anche la questione dell’ipoteca che costituiva un ostacolo reale. Oggi, da quello che risulta dai documenti dell’ANBSC, l’ipoteca non è più esigibile. Ci troviamo, quindi, di fronte a un immobile dal valore di 4,6 milioni (stima agenzia del Demanio).

Credo che al di là di tutto quello che ho appena raccontato, sia mancato del coraggio, sia mancata la volontà di ripristinare una situazione di giustizia che si verificherà solamente quando il castello tornerà alla collettività. Non soltanto sulla carta, ma tornando a produrre utilità sociale, così come prevede la legge. Una legge fortemente voluta da Pio La Torre, che anche per questa intuizione (quella di sottrarre “la roba” ai mafiosi) fu ucciso, che fu riformata sotto la spinta popolare che grazie all’associazione Libera vide nel 1996 un movimento popolare che portò alla raccolta di più di un milione di firme con le quali si chiedeva che oltre alla confisca si introducesse il riutilizzo sociale. Una legge che ha trovato un suo ultimo compimento con l’istituzione dell’Agenzia Nazionale nel 2010 e con il codice antimafia del 2011.

E’ notizia ancora di ieri che don Luigi Ciotti è nel mirino delle mafie. E’ una delle persone più a rischio oggi. E lo è, credo, proprio per il lavoro, culturale, sociale che fa sì che la lotta alle mafie non si fermi all’aspetto giudiziario, ma continui mettendo insieme istituzioni e cittadini nella costruzione di comunità alternative alle mafie. I beni confiscati e riutilizzati socialmente rappresentano tutto questo, questa unità. La sola confisca è un’azione zoppa. Una confisca che toglie sulla carta ma lascia “nelle mani di” è una beffa per lo stato, perché vanifica tutto il lavoro fatto da magistratura e forze dell’ordine.

Credo che il modo migliore per esprimere solidarietà a don Luigi sia proprio cercare di allargare il fronte di chi non accetta questo stato delle cose e fa ciò che è nel proprio potere e nel proprio ruolo per cambiarle. I beni confiscati danno fastidio alle mafie. Quelli confiscati e riutilizzati danno molto fastidio. Proprio perché le mafie non sono riducibili a bande criminali organizzate, ma rappresentano un tentativo di farsi alternativa allo Stato nell’occupazione dello spazio pubblico, soffrono la confisca e il riutilizzo. Perché i cittadini vedono concretamente che lo Stato c’è, sa andare fino in fondo e sa riprendersi ciò che è stato sottratto ai cittadini. Alle mafie tutto questo da fastidio ecco perché di norma ci sono attentati o danneggiamenti nei confronti di quelle cooperative nate sui terreni confiscati, ecco perché ipotecano i beni (non certo perché mancano risorse), ecco perché se possono danneggiano i beni affinché altri non possano utilizzarli.

Si tratta di situazioni che si verificano anche sul nostro territorio: Cascina Caccia a San Sebastiano Po (appena sopra Chivasso), era la casa dei Belfiore, di Mimmo Belfiore condannato come mandante dell’omicidio del procuratore Bruno Caccia. Dalla data di confisca definitiva dovettero passare 10 anni prima che qualcuno prendesse in mano la pratica per lo sgombero e il progetto di riutilizzo. Andando via, fecero danni per centinaia di migliaia di euro, secondo una logica che dice “Se non lo uso io non lo usate nemmeno voi”.

A che cosa serve togliere un bene alla mafia se lo lasciamo andare in rovina o se peggio ancora lo lasciamo nelle mani di coloro ai quali lo confischiamo?. In Italia ci sono migliaia di beni confiscati che rappresentano un potenziale enorme per lo Stato. Il problema è che una vasta fetta di questo patrimonio non è riutilizzato. Un’opportunità che non siamo in grado di cogliere.

Dicevo all’inizio di questo mio intervento che si intrecciano particolare e universale. Perché…

Credo davvero che da questo problema, il riutilizzo sociale dei beni confiscati, nasca  una riflessione importante che riguarda le Istituzioni nel nostro Paese. Dove sta la credibilità delle Istituzioni? dove la loro forza?

Non può essere, non esistono giustificazioni, a una situazione del genere dove a una sentenza definitiva non segue nulla. Permettetemi di dire che è umiliante per i cittadini, per le Istituzioni del nostro Paese.

Forse si capisce di più la frase di Giovanni Falcone quando diceva ““La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine … – ma poi aggiungeva – Piuttosto, bisogna rendersi conto che si può vincere non  pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”

La richiesta

Abbiamo oggi un’opportunità. Io credo anche un dovere. Di fare la nostra parte affinché lo Stato, i cittadini tornino in possesso di ciò che illecitamente è stato loro sottratto. Non solo sulla carta. Deve  tornare nelle nostre  mani “di fatto”, concretamente e diventare occasione di crescita civile, culturale e occupazionale.

C’è poi l’aspetto simbolico che nella costruzione dell’identità collettiva è fondamentale: i beni non sono solamente un’occasione “per fare cassa”, ma devono diventare il segno della forza delle Istituzioni che tornano in possesso di ciò che con la forza, la violenza, il sopruso è stato tolto ai cittadini. Devono diventare luoghi in cui portare le scolaresche per raccontare la storia di un’Italia che resiste.

È in questo solco di ragionamento che dobbiamo collocare le riflessioni sui beni confiscati: non si tratta solamente di un ragionamento economico (mi conviene o non mi conviene, lo vendo o lo affitto), ma, come ho già detto il giorno di insediamento della Giunta, di una finestra dalla quale guardare all’Italia del futuro che dobbiamo ancora costruire, nella quale, speriamo, non ci sia spazio per le mafie.

La Regione dia la disponibilità a farsi carico della situazione. Poi secondo quanto previsto dalla legge promuoverà progetti di riutilizzo sociale del bene, facendo sì che la ricchezza prodotta (economica, sociale, culturale) ricada sui cittadini onesti che abitano i nostri territori. Restituirà così anche dignità e credibilità alle nostre Istituzioni.

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