Il mio intervento sulle linee programmatiche del Presidente Chiamparino


Grazie sig. Presidente,

Buongiorno Presidente Chiamparino, colleghe, colleghi e assessori.

Non nascondo l’emozione di intervenire per la prima volta in quest’aula, consapevole della grande responsabilità che abbiamo e che alle nostre parole, alle nostre scelte, alla nostra capacità di mettere in campo le giuste politiche è legato il futuro di questa Regione e dei suoi cittadini.
Ho ascoltato con attenzione e con soddisfazione l’esposizione del programma di governo del presidente Sergio Chiamparino. Sono convinto che la strada indicata sia quella giusta … così come di altissima qualità è la squadra messa in campo dal Presidente per la sua azione di governo.

Per questioni di tempo mi soffermerò solamente su alcuni punti programmatici che ci sono stati presentati oggi:
condivido la centralità del lavoro come cifra di tutto il nostro operato. Il lavoro è la priorità dalla quale ripartire, perché come ha detto il Presidente della Repubblica domenica scorsa: «Se i giovani non trovano lavoro l’Italia è finita». Oggi diventa ancora più evidente come mai i padri Costituenti decisero di fondare tutto l’impianto democratico e la carta fondamentale sul lavoro. Senza di esso le persone perdono la capacità di essere autonome, di affrontare la vita con serenità e di contribuire al miglioramento della società. Occorre reagire alla grande crisi che ha colpito l’Italia e il Piemonte con coraggio e creatività. Bene ha detto il Presidente Chiamparino: il Piemonte deve tornare a investire in ricerca e innovazione e nella valorizzazione del proprio territorio e delle proprie bellezze. Sarà necessario dare priorità ai giovani e agli adulti espulsi dal mercato del lavoro, perché la nostra azione deve sempre partire dai più deboli, dai più fragili, da chi è rimasto indietro, soprattutto in un tempo di scarsità di risorse nel quale sono proprio i più fragili a pagare per primi e di più.

Con una difficoltà in più per noi. Non si tratta di rimettere semplicemente in moto un sistema. Sappiamo tutti che la difficoltà più grande che ci impone questo momento di crisi consiste nel doppio movimento che dobbiamo essere capaci di attivare: mentre risolviamo i problemi concreti in risposta alle legittime aspettative nei nostri confronti da parte dei cittadini (sanità, trasporti, formazione, scuola, lavoro)  dobbiamo essere in grado di immaginare un nuovo futuro produttivo, che avrà certamente dei punti in comune con il passato, ma che dovrà necessariamente aprire nuovi scenari. Per capire dove investire dovremo avere la capacità di rispondere alla domanda “qual è il futuro del Piemonte?” Qual è la sua vocazione?

Bene ha fatto il presidente a indicare nell’innovazione, nel binomio “Natura e Cultura” e nella credibilità delle Istituzioni come le vie maestre da cui passare.
Il nostro territorio con le proprie eccellenze naturali e artistiche deve essere motore di sviluppo e di attrazione.
Sul tema della credibilità delle Istituzioni, sappiamo quanto oggi questo sia il punto più importante, senza il quale ogni nostra politica rischia di non essere compresa, accettata dai cittadini. Senza fiducia nelle istituzioni l’impalcatura crolla.

C’è una questione, però, che è fondativa, che tiene insieme tutto quello che ho appena richiamato e che sorregge il nostro vivere comune. Si tratta, per usare una parola fin troppo abusata, della LEGALITA’. Ringrazio il Presidente Chiamparino per averla inserita tra i temi prioritari da cui partire e ne ha già parlato il collega Grimaldi nel suo intervento. Sappiamo bene come in democrazia il rispetto delle regole sia garanzia di uguaglianza. Gli avvenimenti degli ultimi anni, e non solo delle ultime settimane, ci hanno consegnato l’urgenza del problema della legalità anche nella nostra Regione.
Si pensi al perché siamo seduti oggi in questo Consiglio con un anno di anticipo, al fenomeno dell’evasione fiscale, alla piaga della corruzione.
Si pensi a quanto abbiamo potuto apprendere, all’inizio sgomenti, increduli, dalle maggiori operazioni delle DDA di Torino e Milano, che ci hanno mostrato come le mafie e in particolare la ‘ndrangheta, siano radicate nella nostra regione. Una questione che negli ultimi giorni ha ancora occupato le pagine dei giornali locali a seguito dell’operazione della magistratura denominata “san Michele” e che ancora una volta ci ha ricordato come anche i nostri territori non siano immuni dalla presenza mafiosa. Non ce n’era bisogno perché lo sapevamo già grazie alle operazioni che dal 2011 a oggi hanno interessato i nostri territori:

si pensi alle operazioni Minotauro (191arresti nel luglio del 2011), Alba Chiara, Colpo di coda, Esilio, Tutto in famiglia, Il Crimine/Infinito (lombarda, ma che ha toccato seriamente Novara). Abbiamo imparato da tutto questo che in decenni di sottovalutazione e negazione del problema la ‘ndrangheta ha potuto tranquillamente radicarsi a casa nostra. Lo ha fatto da un punto di vista militare, lo ha fatto invadendo (a volte colonizzando) pezzi  della nostra economia (si pensi al movimento terra, al gioco d’azzardo, alla gestione dei rifiuti, al mondo della sanità). Lo ha fatto cercando (e a volte riuscendo) a interloquire con la politica e riuscendo anche, nei casi più gravi a condizionare le istituzioni: si pensi ai Comuni sciolti per condizionamento mafioso: Leinì (marzo 2012), Rivarolo Canavese (maggio 2012). Il tutto in una situazione ambientale e culturale che sfata il mito di una pretesa diversità culturale dei nostri territori come si evince anche dall’ultima ricerca dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università Statale di Milano diretto da Nando Dalla Chiesa, presentato a Torino, in occasione della visita della Commissione Parlamentare antimafia nei giorni scorsi.
Non si tratta di fenomeni isolati. Si tratta, piuttosto, di una metamorfosi della nostra società che dobbiamo avere la lucidità di leggere e di capire per poterla modificare. Di un fenomeno, quello mafioso, che trova spazio in una comunità dove l’illegalità non è prerogativa dei mafiosi, ma dove questi ultimi sono in compagnia di un’ampia zona grigia in un contesto troppo spesso accogliente.

Non mi appassiona il dibattito su quanta mafia c’è. E’ una domanda sbagliata. Parte dal presupposto che se nel nostro territorio c’è meno mafia, allora possiamo stare tranquilli. È come se ci dovessimo preoccupare solamente se la magistratura ci dicesse che ci sono tanti mafiosi che commettono molti delitti.

Oggi le domande che dobbiamo porci devono essere diverse:

  1. Non quanto, ma Come è presente la mafia? E soprattutto
  2. Come fare a chiudere le porte?

Per capire il come si radica la mafia dobbiamo studiare gli atti giudiziari e i testi degli studiosi. Da qui devono scaturire politiche di prevenzione e contrasto specifiche all’interno di un progetto politico ampio: un’idea di società alternativa che richiede un impegno da parte di tutti.

Ci sono due avverbi, uno di tempo e l’altro di spazio che secondo me ci devono fare da guida in questa situazione: Prima e fuori.

P r i m a . Quando lamagistratura ci dice che in undato territorio è presente, inmaniera organizzata, ungruppo mafioso è già troppotardi. È evidente che, a causa della sua natura, che è accertativa, essa arriva dopo.Quanto tempo, quantireati, quante prove raccoltesono necessari per arrivare aparlare di mafia per i giudici? Quando essihanno gli elementi per dirlogiudiziariamente per lasocietà è troppo tardi, il tessuto sociale è giàfortemente ammalato. Noi dobbiamo arrivare prima. Il secondo avverbio è F u o r i. Se “la forza delle mafiesta fuori dalla mafia”, nella sua capacità di stringere relazioni fuori dal sodalizio criminale, alloraanche l’antimafia deveconcentrarsi soprattutto sul“fuori”, sui rapporti consegmenti della politica, delmondo economico, delleistituzioni e rafforzare sestessa nella capacità dicostruire comunità alternativealle mafie. Certi legami vanno recisi con fermezza e decisione.Dobbiamo avere la capacità di lavorareseriamente e profondamentesul “capitale sociale” dellemafie, sui “fattori di contesto”che ne facilitano il trapianto,sui “luoghi della resa” che alimentano il cono d’ombra.

Signor Presidente, non si tratta solo di una questione morale o di natura giudiziaria e non risolveremo questa situazione con una due leggi in più o migliori di quelle esistenti. Si tratta di sopravvivenza, tanto più in un momento di crisi come quello che stiamo attraversando. L’economia malata blocca quella buona, blocca gli investimenti esteri, ci condanna a non uscire dalla crisi o a restarci più a lungo. La cultura mafiosa rischia di conquistare sempre più spazi.

Sarà necessaria una strategia complessiva. Se c’è un insegnamento che ci arriva dalla storia dell’antimafia è proprio la consapevolezza secondo la quale, per liberarci dalle mafie, non è sufficiente la sola repressione ma sono necessarie una politica credibile, delle buone leggi, una scuola funzionante, insieme a politiche attive del lavoro. Tutto questo non può essere un compito relegabile alle sole forze dell’ordine o alla magistratura, ma spetta agli insegnanti, alle agenzie educative, agli imprenditori, ai cittadini, ma prima di tutti alla politica. Si tratta, inoltre, di un compito che non si può portare avanti in isolamento: occorre “mettersi insieme”, unire le energie, perché le mafie sono organizzate, sono efficienti ed efficaci e se vogliamo avere qualche speranza di vincere dobbiamo esserlo anche noi.

Sarà necessario nei prossimi anni:

  • incentivare la lotta all’evasione fiscale e alla corruzione
  • promuovere più controlli negli ambiti a rischio (come ad esempio appalti pubblici, cave e rifiuti)
  • rivedere le normative di ambiti “sensibili” quale certamente è quello delle cave. (lo abbiamo visto anche nelle ultime cronache: in val di susa la cava discarica)
  • promuovere la formazione permanente di amministratori e dipendenti della PA.
  • promuovere il riutilizzo sociale dei beni confiscati. Dobbiamo renderli simboli, bandiere della società che vogliamo costruire. Le riflessioni sui beni confiscati non dovranno essere solo di natura economica (mi conviene o non mi conviene, lo vendo o lo affitto). Si tratta di una finestra dalla quale guardare all’Italia e al Piemonte del futuro che dobbiamo ancora costruire, nella quale, speriamo, non ci sia spazio per le mafie.Un bene confiscato alle mafie e riutilizzato socialmente, che porta alla collettività “cose buone”, è un successo delle Istituzioni e della società civile migliori, ma soprattutto la prefigurazione del mondo che vorremmo. Permettetemi, in questa sede, un riferimento al mio territorio, dove a Miasino (NO), sul lago d’Orta è presente il Castello di Miasino, appunto, dimora da fiaba confiscata al boss Galasso anni fa e ancora in mano a una società riconducibile alla famiglia del boss al quale è stato sequestrato. Tutto questo non è accettabile. Quel bene deve portare lavoro ai giovani del nostro territorio.

 

Dovremo valutare, colleghi, se riproporre la Commissione speciale con compiti di indagine conoscitivi per la promozione della cultura della legalità e per il contrasto di ogni forma di criminalità organizzata o se dotarci di altri strumenti con lo scopo di studiareil fenomeno e diproporre politiche di prevenzione e contrasto alle mafie.

 

Questo credo sia oggi un nostro dovere. Dobbiamo fare tutto quanto in nostro potere: per le Istituzioni, per i cittadini e per le generazioni future.

 

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