L’Unione Europea a 60 anni dai Trattati di Roma – Il mio intervento

Bello e doveroso oggi parlare di EUROPA: dobbiamo farlo perché la discussione è aperta, oggi più che mai.

Viviamo un momento difficile e cruciale per le sorti della nostra casa comune, ed è preoccupante vedere che non c’è accordo né sull’analisi dello stato presente nè sulle prospettive.

Io sono tra coloro che ritengono semplicemente necessario superare il livello nazionale. Dentro questa cornice la dimensione europea è l’obbiettivo minimo a cui aspiriamo.

Le ragioni di questa necessità sono molteplici e la maggior parte sono state ricordate negli interventi precedenti.

  • Ragioni di natura storica

Secoli di guerre ci hanno convinto che stare insieme avrebbe posto le condizioni per la pace; arriviamo dal periodo di pace più lungo per il continente anche se, ricordiamolo, non sono mancati momenti drammatici e vere e proprie guerre proprio là dove i nazionalismi hanno preso il sopravvento.

Un monito che dovremmo sempre tenere presente perché la guerra è sempre in agguato, anche a casa nostra.

  • Ragioni di natura economica / demografica

a) andamenti demografici

Qualche dato. Dal 1960 al 1999 la popolazione mondiale è passata da circa 3 miliardi a circa 6 miliardi. Nel 2050 si stima saremo 9 miliardi.

Tabella 10.3 (Milioni). Popolazione mondiale. Distribuzione per continenti. Anni 2000-2050
Anno Mondo Asia Africa Europa America Latina Nord America Oceania
2000 6,115 3,698 (60.5%) 819 (13.4%) 727 (11.9%) 521 (8.5%) 319 (5.2%) 31 (0.5%)
2010 6,909 4,167 (60.3%) 1,033 15.0%) 733 (10.6%) 589 (8.5%) 352 (5.1%) 36 (0.5%)
2030 8,309 4,917 (59.2%) 1,524 (18.3%) 723 (8.7%) 690 (8.3%) 410 (4.9%) 45 (0.5%)
2050 9,150 5,231 (57.2%) 1,998 (21.8%) 691 (7.6%) 729 (8.0%) 448 (4.9%) 51 (0.6%) 

Da un punto di vista demografico la questione è semplice: siamo minoritari e rischiamo di essere marginali. Come stati singoli “non esistiamo”.

b) Peso economie

Prendiamo in considerazione, ora, alcuni dati relativi alla ricchezza. Ad esempio il PIL Nominale in milioni di $ (dati 2013/2014)

Pos. Paese Lista del FMI
(mln. $US)
[1]
Pos.
Mondo 77.301.958
Gruppo del G7 34.560.488
 Unione europea 18.495.349
 Zona Euro 16.199.074
1  Stati Uniti 17.418.925 1
2  Cina[4] 10.380.380 2
3  Giappone 4.616.335 3
4  Germania 3.859.574 4
5  Francia 2.945.146 5
6  Regno Unito 2.846.889 6
7  Brasile 2.353.025 7
8  Italia 2.239.871 8
9  Russia 2.097.000 9
10  India 1.841.717 10
11  Canada 1.821.445 11

Anche qui… da soli siamo marginali

Ma provate a mettere insieme i due dati. Siamo di meno, ma da noi è concentrata la ricchezza maggiore in rapporto alla popolazione. Con quali logiche si affronteranno i conflitti che emergeranno da una simile distribuzione della ricchezza? Se manca la politica sarà la guerra a decidere.

c) globalizzazione dell’economia

Viviamo in un mondo in cui le dinamiche economiche e finanziarie sono internazionali, globali; alcune aziende che pesano più di uno Stato. Guardate la Danimarca: ha da poco nominato un ministro per i rapporti con Apple.

Come rispondiamo a tutto questo? Con gli stati nazionali? È semplicemente ridicolo. Come dice Slavoj Zizej gli stati nazione sono “falliti” nel senso che non sono più in grado di portare a termine le funzioni per cui sono nati.

  • Ragioni di natura epistemologica, che afferiscono al pensiero.

Un ultimo ordine di ragioni è di natura culturale. Siamo nell’era planetaria, come ci insegna Edgar Morin: la Terra è una ed è la casa comune, la patria unica di tutti gli esseri umani; anche con le recenti scoperte scientifiche siamo di fronte a cambiamenti importanti: il grande e il piccolo, il vicino e il lontano, il noi e il voi cambia nelle diverse epoche.

Quel grande immenso che era la terra sta diventando sempre più un punto nell’universo.

Questo credo debba essere l’orizzonte entro cui muoversi. E deve farlo anche la politica. Superando la dimensione nazionale e affrontando quella che Jurgen Habermas ha definito alla fine degli anni ’90 la costellazione post-nazionale. Ci diceva Habermas: “O saremo in grado di rispondere a questa sfida oppure dovremo rassegnarci all’idea che impariamo solo dalle catastrofi”

Chiudo, permettetemi, citando Altiero Spinelli. Nel ’41, ne Il manifesto di Ventotene, poneva una linea netta di demarcazione tra progressisti e conservatori. Vorrei leggere le sue parole:

E quando, superando l’orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione di insieme tutti i popoli che costituiscono l’umanità, bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l’unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l’unità politica dell’intero globo.

La linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale.

Lette oggi, queste parole assumono per me un senso profetico. La strada è una sola. Discutiamo del come, ma credo che in questo caso valga la frase che non è valsa per il mercato, ma che deve valere, invece, per il superamento degli stati nazionali: “There is no alternative”, perché l’alternativa è la guerra.

Grazie

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