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	<title>memoria &#8211; Domenico Rossi</title>
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	<description>Il futuro è nelle nostre mani</description>
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		<title>Di ritorno da Auschwitz: lettera aperta ai ragazzi</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Feb 2018 13:41:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Care ragazze e cari ragazzi, La visita che abbiamo fatto insieme ai campi di concentramento di Auschwitz è stata un’esperienza forte, di quelle che non ti lasciano più come prima. Sono contento di averla fatta con voi e vi ringrazio per lo spirito con cui l’avete affrontata. Essere lì fisicamente, con i nostri corpi infreddoliti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3861" style="width: 235px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3861" class="wp-image-3861 size-medium" title="Auschwitz" src="https://domenicorossi.eu/wp-content/uploads/2018/02/IMG_1090-225x300.jpeg" alt="Auschwitz" width="225" height="300" srcset="https://domenicorossi.eu/wp-content/uploads/2018/02/IMG_1090-225x300.jpeg 225w, https://domenicorossi.eu/wp-content/uploads/2018/02/IMG_1090-700x933.jpeg 700w, https://domenicorossi.eu/wp-content/uploads/2018/02/IMG_1090-768x1024.jpeg 768w, https://domenicorossi.eu/wp-content/uploads/2018/02/IMG_1090-1152x1536.jpeg 1152w, https://domenicorossi.eu/wp-content/uploads/2018/02/IMG_1090-1536x2048.jpeg 1536w, https://domenicorossi.eu/wp-content/uploads/2018/02/IMG_1090-scaled.jpeg 1920w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /><p id="caption-attachment-3861" class="wp-caption-text">Visita al campo di concentramento &#8211; Febbraio 2018</p></div>
<p>Care ragazze e cari ragazzi,</p>
<p>La visita che abbiamo fatto insieme ai campi di concentramento di Auschwitz è stata un’esperienza forte, di quelle che non ti lasciano più come prima. Sono contento di averla fatta con voi e vi ringrazio per lo spirito con cui l’avete affrontata. Essere lì fisicamente, con i nostri corpi infreddoliti (nonostante fossimo ben coperti), ascoltare quei racconti insieme alle letture delle testimonianze dei sopravvissuti, guardare quei luoghi, camminare su quelle strade mi ha fatto comprendere il senso delle grandi domande che da sempre accompagnano la riflessione su Auschwitz: come è potuto succedere? è compatibile la vicenda di Auschwitz con l’esistenza di Dio? Dov’era Dio mentre accadeva tutto questo?<br />
Il male, in quel frangente storico, ha raggiunto un livello tale da far crollare tutte le certezze precedenti degli esseri umani: psicologiche, etiche, filosofiche e religiose. Tutto è andato in crisi, perché inspiegabile con gli strumenti a disposizione per comprendere. Lo abbiamo anche sentito nelle letture ascoltate nel campo: le parole a disposizione non erano sufficienti per descrivere ciò che è accaduto. Non era il nostro “freddo” quello patito e non era la nostra “fame” quella che avevano i prigionieri.<br />
Eppure qui si annida il primo rischio, per noi. Quel male è così forte, così spietato, così disumano, che quasi ci tranquillizza, perché non ci appartiene. Dopo aver tentato per anni di rimuovere quanto accaduto (ancora oggi continuano i tentativi di negazionismo), molti oggi potrebbero pensare che quanto accaduto in quei luoghi sia così terribile da essere eccezionale, irripetibile. Non può accadere di nuovo. E comunque non a noi.</p>
<p>Eppure il male non è un fatto straordinario. Accompagna le nostre esistenze individuali e la storia collettiva, divide il letto con noi, siede alle nostre tavole. Ricordate la descrizione che la guida ha fatto del comandante del campo, Rudolf Hoess? Era “un buon padre di famiglia”, ha detto la guida. Non era un mostro, privo di umanità in ogni aspetto della sua vita. Questo ci avrebbe, probabilmente, consolato di più. Svolgeva il suo lavoro disumano, feroce, ma poi tornava “umano” con sua moglie, i suoi figli, i suoni amici. Questa condizione la troverete in altre situazioni drammatiche della storia: andate ad approfondire le biografie dei militari che durante la dittatura di Pinochet in Cile perseguitavano gli oppositori politici, guardate un film come Garage Olimpo, oppure provate a pensare allo spettacolo visto insieme ieri sera sui rapporti tra cristiani e musulmani nella ex-Jugoslavia. Vi troverete persone capaci nello stesso tempo di assumere atteggiamenti mostruosi e disumani verso il prossimo che considerano “di meno” (con meno dignità, con meno diritti, con meno umanità), mentre nello stesso momento sono padri o figli amorevoli. È una contraddizione che ci portiamo dietro e che, in alcuni momenti della storia, diventa così forte da essere insopportabile.<br />
Quello che voglio dirvi è di non pensare che quanto successo ad Auschwitz sia successo “altrove” o che riguardi “altri”. Al contrario ci riguarda, ci parla, ci coinvolge. Ci ricorda che è possibile, dice qualcosa anche di chi siamo noi. Anche le nostre vite e la storia che viviamo vedono una continua lotta tra due principi, da due forze, che abbiamo chiamato in diversi modi: il bene e il male, la vita e la morte, Eros e Thanatos&#8230; La filosofia, le religioni, la psicologia, la letteratura, il cinema hanno provato a raccontare tutto questo. C’è sempre una lotta in corso e la bilancia pende da un lato o dall’altro in base alle scelte che facciamo a livello individuale e collettivo. Non è mai una questione di fatalità. Dipende anche da ciascuno di noi, come abbiamo visto e ascoltato insieme ieri, sia al campo sia nello spettacolo teatrale della sera.</p>
<p>La visita ai campi, oltre che “colpirci”, come fa uno schiaffo, deve metterci in cammino, come fa una spinta. Una volta diventati consapevoli che tutto questo è possibile, che può ripetersi, che si è già ripetuto e che tutto questo ci riguarda, è nostra responsabilità fare tutto ciò che è in nostro potere perché la bilancia si appoggi sul lato giusto.<br />
Per farlo non basta sapere. È importante nutrire la nostra mente e il nostro cuore. Come il corpo si ammala se non mangia o se ingerisce cibo spazzatura, così è per la nostra mente e per il nostro cuore. Idee cattive e sentimenti negativi ci corrompono, ci preparano alla scelta sbagliata quando siamo chiamati a farla. Al contrario buone idee e sentimenti positivi ci preparano alla scelta giusta. Dobbiamo allenarci e trasformare l’esperienza di questi giorni in un allenamento costante, da fare anche quando torniamo a casa, attraverso le letture che decideremo di fare, le persone che decideremo di frequentare, le esperienze che decideremo di fare. Quanto imparato in questi giorni ci rende più responsabili di prima, ci chiede di prepararci, di farci trovare pronti. Oggi sappiamo più di ieri che il male può prendere il sopravvento, tra persone “normali” e che quando questo avviene le conseguenze sono violenza, sofferenza e morte.</p>
<p>Ad Auschwitz abbiamo visto come non ci sia limite ai processi di disumanizzazione, che la crepa del guardare all’altro come un problema, un nemico può arrivare ad abbattere il muro e, a quel punto, non resta più niente: solo l’orrore di madri, anziani e bambini uccisi e bruciati nei forni o seppelliti nelle fosse comuni, senza alcuna colpa. Al contrario dobbiamo renderci protagonisti di processi di umanizzazione, perché la pace e la convivenza hanno bisogno di carburante tutti i giorni e quello dobbiamo mettercelo noi.</p>
<p>A partire dal linguaggio che decidiamo di usare o che decidiamo di rifiutare. Dalle parole dette attorno a noi a scuola, al bar, sul lavoro, in famiglia&#8230; Dalle idee che vengono proposte. Oggi abbiamo un criterio in più per giudicarle: dove ci porterebbero? Avete visto come una menzogna ritenuta vera dalla maggioranza (più o meno silenziosa) delle persone possa arrivare a modificare la realtà e a renderla simile alla menzogna stessa. Noi non possiamo più cadere nella trappola e abbiamo la responsabilità di raccontare un’altra storia. Dobbiamo farlo da soli, ma anche sforzarci di farlo insieme ad altri, ognuno secondo le sue possibilità: chi a scuola, chi nell’associazionismo (senza Deina e Sermais non avreste potuto fare questa esperienza), chi in parrocchia, chi in politica. Si, anche in politica, perché le guerre, e in generale ogni esplosione di violenza nella storia, derivano sempre da un fallimento della politica. Quando non si riesce più ad affrontare i conflitti e i problemi con le armi della parola e con il lavoro delle istituzioni, allora arrivano altre armi. Ma anche le istituzioni sono tenute vive da idee, valori e uomini e donne&#8230; come voi.<br />
In questi giorni abbiamo visto e toccato con mano dove possono portare alcune idee: sta a noi rifiutarle, contrastarne la circolazione, diffidare di tutti coloro che propongono come soluzione ai problemi la strada che mette uomini contro altri uomini.<br />
Lo abbiamo letto insieme sulle lapidi nel campo: Auschwitz come grido di disperazione e come ammonimento per l’umanità. Lo abbiamo ascoltato nelle parole dei sopravvissuti, a partire da quelle più note di Primo Levi:</p>
<blockquote><p>Meditate che questo è stato:<br />
vi comando queste parole.<br />
Scolpitele nel vostro cuore,<br />
stando in casa andando per via,<br />
coricandovi alzandovi;</p></blockquote>
<p>Torno a casa con un peso per il dolore e la sofferenza incontrati nel campo, ma contento perché so che ci saranno tanti nuovi ambasciatori di pace e di umanità al lavoro per un futuro migliore.</p>
<p>Grazie</p>
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		<title>Il presente inciampa sulla memoria a Meina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[beppe]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Aug 2015 12:20:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://domenicorossi.eu/wp-content/uploads/2015/08/IMG_2139.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-1246" src="http://domenicorossi.eu/wp-content/uploads/2015/08/IMG_2139-225x300.jpg" alt="IMG_2139.JPG" width="225" height="300" /></a> Quesa mattina ho partecipato alla posa delle &#8220;pietre di inciampo&#8221; dell&#8217;artista Gunter Demnig a Meina, in ricordo dell&#8217;eccidio dell&#8217;Hotel Meina. Nel mio intervento, in rappresentanza del Consiglio Regionale del Piemonte, ho ringraziato il comune di Meina e l’Istituto Storico Della Resistenza di Novara per il lavoro che da anni portano avanti su questo tema. Li ho ringraziati perché abbiamo bisogno di tutto questo, di questo inciampo. Perché come ci ha ricordato oggi Gianni Cerutti, direttore dell&#8217;ISRN, o la memoria serve a strutturare il presente e a progettare il futuro oppure è solamente nostalgia poco interessante. Sulla scia di questo pensiero ho proposto ai presenti una piccola riflessione.</p>
<p>Spesso ci chiediamo quanti tedeschi fossero a conoscenza di quello che stava accadendo in Germania relativamente allo sterminio degli ebrei. E&#8217; una domanda che ci siamo fatti perché in fondo avevamo bisogno di tranquillizzarci immaginando che l&#8217;Olocausto fosse accaduto solo perché nessuno sapeva, perché sappiamo che sapere significa essere &#8220;corresponsabili&#8221;. Oggi sappiamo che non è così: molti sapevamo. Tra questi molti erano d&#8217;accordo, altri indifferenti, pochi si opposero. Quanto è attuale oggi, questo ricordo. Quanto è distante dalla II guerra mondiale, quanto invece è vicino al nostro presente.<br />
E noi? Cosa sappiamo? Quanti di noi sanno? Di quello che sta accadendo tutti i giorni vicino e lontano da noi. Sappiamo, tutti sappiamo… questo sapere ci dà una responsabilità enorme. Che facciamo?</p>
<p>“Come muore un bambino asfissiato dentro un Tir?” si chiedeva ieri Norma Rangeri su Il Manifesto. Oppure come annega potremmo chiederci. Oppure come muore uno schiavo che lavora nei nostri campi nel 2015, in Piemonte&#8230; “Dovremmo ingaggiare una guerra di resistenza, che ci coinvolge tutti: l’assuefazione alle stragi quotidiane dei migranti”.<br />
<a href="http://domenicorossi.eu/wp-content/uploads/2015/08/IMG_2144-2.jpg"><img decoding="async" src="http://domenicorossi.eu/wp-content/uploads/2015/08/IMG_2144-2.jpg" alt="" /></a> E si, l’assuefazione. Ne possiamo fare esperienza tutti noi quotidianamente. Basta fare un giro sui social, ascoltare la gente al bar. Cosa è successo nei nostri paesi perché arrivassimo a ignorare così profondamente quello che stiamo ricordando oggi? Questo dobbiamo avere il coraggio di dircelo.<br />
Perché abbiamo istituzioni del nostro Paese (perché sindaci ed europarlamentari questo sono) che arrivano a dire che &#8220;Se e quando arriveranno dei clandestini dalle mie parti metterò il filo spinato carico di energia elettrica intorno al perimetro del territorio del mio Comune per non farli entrare. Esattamente come si fa con i cinghiali, filo spinato con l&#8217;energia elettrica”. E cosa ancora più grave, migliaia di cittadini non si indignano per questo, ma sostengono e votano queste persone. Significa che questa visione del mondo e della storia coincide con un pezzo di ethos del popolo. E questo credo sia pericoloso.<br />
Perché oggi quando i prefetti chiedono ai sindaci ospitalità la maggior parte non si offre volontariamente per ospitare i profughi. Qualcuno perché crede sia giusto, altri perché temono che sia “impopolare”.<br />
Perché credo che una delle questioni semplici, al fondo di quello che stiamo facendo qui oggi, sia la capacità di sentire la sofferenza dell’altro come fosse la nostra… e questo, nonostante il XX secolo, sembriamo averlo dimenticato.<br />
Allora oggi facciamo bene a ricordare tutto questo se contestualmente cominciamo la resistenza contro l’assuefazione al fatto che alcune categorie di persone possano subire qualsiasi cosa, fino a morire atrocemente, e che contro questo non possiamo fare nulla.</p>
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		<title>Ricordi partigiani</title>
		<link>https://domenicorossi.eu/2014/04/27/ricordi-partigiani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[beppe]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Apr 2014 17:22:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[Oggi pomeriggio ho partecipato, nella splendida cornice di casa Bossi, alla presentazione del libro &#8220;Ricordi Partigiani&#8221; di Wanda Canna. Ho potuto ascoltare le parole di una testimone diretta di una delle pagine più difficili, ma al tempo stesso, più belle della nostra storia. Mi hanno colpito la lucidità, il coraggio e la fermezza di una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi pomeriggio ho partecipato, nella splendida cornice di casa Bossi, alla presentazione del libro <a href="http://catartica.sermais.it/programma-2014/" target="_blank">&#8220;Ricordi Partigiani&#8221; di Wanda Canna</a>. Ho potuto ascoltare le parole di una testimone diretta di una delle pagine più difficili, ma al tempo stesso, più belle della nostra storia. Mi hanno colpito la lucidità, il coraggio e la fermezza di una donna che ha fatto quello che doveva fare e lo racconta come se, in quelle scelte, non ci fosse nulla di eccezionale: paure, sofferenze, digiuni prolungati, tutto per qualcosa di più grande per cui non si chiede nulla in cambio: la dignità e la libertà sono già tutta la ricompensa dovuta.</p>
<p>Mi hanno anche colpito le parole dell&#8217;amico Gianni Cerutti, direttore dell&#8217;Istituto Storico della Resistenza di Novara e VCO: nel presentare l&#8217;incontro ha detto: &#8220;la storia di Wanda ci insegna come le cose non si improvvisano. Chi ha fatto la scelta di diventare partigiano, sapeva già cosa doveva fare, perché non è vero che tutti erano allineati. Molti si sono opposti durante il ventennio e pagavano per le proprie scelte. Così era stato per il papà di Wanda&#8221;.</p>
<p>Oggi mi dico che occorre prepararsi, non perdere la bussola, per essere pronti a scegliere quando arriva il momento.</p>
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