GAP: da domani si chiudono molte slot

Domani, lunedì 20 novembre, grazie alla legge regionale 9/2016 entrata in vigore nel maggio del 2016, si spegneranno le slot che sono collocate all’interno di distanze minime da luoghi sensibili. Non posso che esprimere soddisfazione per questo risultato, augurandomi che, al più presto, possa partire il piano regionale di prevenzione e contrasto al gioco d’azzardo patologico anche perché questa è una partita che si gioca soprattutto con azioni mirate sul piano culturale ed educativo.

Durante le ultime settimane sono stati molti i tentativi di prorogare ulteriormente questa scadenza. Da un lato le associazioni dei gestori denunciano problemi di natura occupazionale e dall’altro il Governo che ritiene che la legge piemontese sia eccessivamente restrittiva con la conseguenza di provocare una drastica riduzione dell’entrate erariali e di non rispettare quanto previsto dall’accordo Stato-Regioni firmato l’8 settembre del 2017 che dovrebbe trovare una sua traduzione legislativa nella legge di stabilità 2018.
Io stesso, la scorsa settimana, ho partecipato alla conferenza dei capigruppo di Palazzo Lascaris in vece del Capogruppo del Partito Democratico, Davide Gariglio. Nel corso della riunione abbiamo preso visione di una lettera del Presidente Sergio Chiamparino che chiedeva di valutare, se, nelle more dell’approvazione della legge di stabilità, non fosse meglio modificare la legge regionale.
Una richiesta respinta convintamente e all’unanimità da tutti i gruppi consiliari.

Gli argomenti portati avanti dal sottosegretario Beretta oggi su La Stampa non reggono. Non è vero che la legge del Piemonte è proibizionista, anche perché non potrebbe esserlo, non avendo le regioni potestà legislativa su questo argomento. Al contrario, intervenendo nell’ambito sanitario, si mettono in campo azioni di prevenzione e contrasto, che vedono nella limitazione delle distanze solo un aspetto. Le azioni principali sono contenute nel piano regionale che avrebbe dovuto entrare in vigore già nei mesi scorsi.
Sulle distanze, poi, è utile ricordare che lo Stato avrebbe dovuto normarle dal 2012, dal cosiddetto Decreto Balduzzi, ma i decreti attuativi non si sono mai visti e questo ha fatto sì che ogni Regione definisse le proprie.

Ricordo che la legge piemontese è entrata in vigore 18 mesi fa e anche l’accordo Stato-Regioni citato è stato sottoscritto l’8 settembre. Ci sarebbe stato tutto il tempo necessario per impugnare la legge o per chiedere una modifica con tempi e modalità corretti. Non si può modificare una legge di questo tipo con dei blitz in aula (come qualcuno ha tentato di fare durante la discussione dell’omnibus) o con dei tentativi di forzatura da parte del Governo a pochi giorni dalla scadenza della norma transitoria. Credo ne valga della credibilità delle istituzioni. O il Consiglio Regionale non sapeva quello che stava facendo 18 mesi fa oppure non lo sa adesso. In entrambi i casi non sarebbe accettabile. Invece il consiglio lo sapeva, ma qualcuno sperava in una proroga come è avvenuto in Liguria. Ma come tutti sanno su questo argomento esiste una contraddizione che finalmente sta esplodendo: da un lato si fa cassa con una vera e propria “tassa sui poveri”, mentre dall’altra si curano “gli effetti collaterali”.

Non dimentichiamo, inoltre, che la legge regionale è nata mettendo insieme tre proposte di legge: una della Giunta, una delle minoranze e una da parte dei comuni e si è conclusa con un percorso ampiamente condiviso e un voto unanime. Le modifiche a un testo di questo tipo devono essere frutto di un percorso che tenti almeno la stessa condivisione.

La legge non è intoccabile. Sono il primo a riconoscere che ci sono alcuni nodi da sciogliere: chi misura la distanza dai luoghi sensibili, ad esempio, oppure che cosa succede se viene aperto “un luogo sensibile” dopo l’autorizzazione. Così come dovremo capire se e come integrare la legge nazionale (quando verranno emanati i decreti attuativi attesi da tempo) con le diverse norme regionali. Ritengo, però, che qualora ci fossero delle situazioni da rivedere ed emendare sia opportuno e corretto farlo cercando di coinvolgere le diverse forze politiche che hanno voluto questa legge non più tardi di un anno e mezzo fa. E comunque salvaguardando le finalità e gli obiettivi della norma.

La verità politica di questa vicenda è che esiste una contraddizione tra le scelte dei governi di questi ultimi decenni che hanno trasformato i proventi del gioco d’azzardo in una voce importante dell’erario e le leggi regionali che agendo sulla prevenzione e la cura in ambito sanitario, limitano la possibilità di accesso al gioco. Lo stesso governo ha inserito il gioco d’azzardo patologico tra i nuovi Livelli Essenziali di Assistenza (LEA),  riconoscendo la ludopatia come dipendenza da curare all’interno del sistema sanitario nazionale e stanziando 50 milionni per questo (molti meno, in realtà di quanto incassato). Dovremmo cogliere questo momento di conflitto per decidere una volta per tutte da che parte stare e per cercare di eliminare questa ipocrisia: io non ho cambiato idea e credo sia giunto il momento di invertire la rotta, scegliendo di mettere al centro la salute e il benessere dei cittadini. Certo, come per ogni argomento, non sarà una legge a risolvere il problema, ma l’investimento in analisi serie del fenomeno e in poltiche formative ed educative volte a far crescere cittadini e cittadine in grado di affrontare i problemi dei nostri giorni.

 

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