La paura dell’uomo nero

«Che cosa resterà dell'estate italiana che stiamo vivendo, e che ha trasformato la crisi dei migranti nel suo problema principale, ben prima del lavoro che non c'è, della crescita che arranca, del precariato permanente di un'intera generazione?» si chiede Ezio Mauro in un editoriale pubblicato il 9 agosto 2017 su Repubblica? «Ciò che resta — e che peserà in futuro — è una svolta nel senso comune dominante, dove per la prima volta il sentimento umanitario è finito in minoranza, affondato dal realismo politico, dal sovranismo militante, da una declinazione egoista dell'interesse nazionale».

Mauro ha ragione e coglie una dinamica in atto pericolosa nella nostra società.

Basta sfogliare la cronaca di queste settimane o farsi un giro tra i social network; parlare al parco con il nonno che accompagna suo nipote a giocare o al bar con gli avventori presenti. Non si assumono ragazzi di colore in sala o si rifiuta il lavoro a una ragazza solo perché convive con un africano. Ma il fenomeno più indicativo, a mio avviso, è che ovunque arrivino dei richiedenti asilo c’è qualcuno che si sente in diritto di dire che “che non li vuole”, in un contesto istituzionale preoccupante: la maggior parte dei sindaci italiani non aderisce ai programmi volontari di accoglienza, per poi lamentarsi quando nelle loro città si attivano centri di accoglienza gestiti da privati. Sindaci che invece di lavorare sulla coesione sociale all’interno delle proprie comunità, soffiano sul fuoco delle paure e dei pregiudizi, mettendosi a capo di chi “non li vuole” a priori. Su questo la lega nord e la destra sovranista stanno costruendo le presenti e future campagne elettorali. L’arrivo di 22 richiedenti asilo in una città di 20.000 abitanti è vista come un dramma da denunciare, come un attacco alla convivenza civile… il tutto in maniera aprioristica. Costituiranno un problema solo perché “migranti”. O forse solo perché “diversi”. Ci sarebbe da ridere se non fossimo di fronte a qualcosa di drammatico.

È tornato l’uomo nero su cui scaricare tutte le nostre paure, ansie, insicurezze e incapacità.

I migranti (di qualsiasi natura) stanno diventando il capro espiatorio di questo particolare momento storico. Per loro non vale nulla di tutto ciò che pretendiamo valga per noi: nessun diritto, nessuna presunzione di innocenza, nessuna pietas. Se arrivano è un problema e basta: per i 35 euro, perché non parlano l’italiano, perché non faranno la differenziata (sic!), perché rubano il lavoro, perché rubano, perché stuprano, ecc… Chiaramente questo vale solo se sono poveri. Non vale per i ricchi ai quali stendiamo i tappeti rossi. E basterebbe solo questo a spiegarci che cosa sta succedendo davvero.

Il fenomeno è preoccupante perché si sta insinuando nel senso comune, «un giudizio senz’alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione o da tutto il genere umano» (G. Vico).

Non dobbiamo pensare che sia esagerato confrontare quanto sta accadendo oggi con quanto già avvenuto nei secoli scorsi, e, in particolare, nel XX secolo.

A Marcinelle, poche decine di anni fa, appendevano i cartelli con su scritto “Vietato l’accesso ai cani e agli italiani”, nell’indifferenza del Belgio benpensante.

In Germania prima, e in Italia poi, gli ebrei a un certo punto divennero un problema “a priori”, in quanto ebrei. Tutto questo senza che la maggior parte delle persone si ribellasse. Le leggi razziali stavano ratificando ciò che il senso comune aveva già stabilito aiutato e creato da una propaganda mirata.

Gli esempi che io, e che ognuno di noi potrebbe fare, sono molteplici. La storia, purtroppo, ci ha mostrato le peggiori nefandezze da questo punto di vista.

Cosa stiamo diventando? Che cosa si sta diffondendo, nemmeno troppo lentamente, tra di noi?

Siamo di fronte al tramonto dell’Occidente, della sua identità tanto sbandierata, della sua pretesa superiorità, delle sue radici cristiane, della sua filosofia dei diritti umani. Di fronte alla prova della storia esso si rinnega da sé, negando ciò che vorrebbe difendere dall’«invasione». Niente più cristianesimo, niente più liberalismo, niente più socialismo. Solo il proprio diritto, diventato privilegio, a essere lasciati “in pace” con i nostri simili: italiani, occidentali, ricchi… Niente più uguaglianza e diritti, ma identità razziale (nazionale) che vale solo contro i poveri e mai nei confronti dei ricchi.

Ezio Mauro ha parlato di inversione morale. Forse, siamo di fronte, a una nuova forma, più allargata, di familismo amorale esteso al nostro micro-mondo da difendere, che i sovranisti fanno coincidere con la nazione. Se c’è un’idea che ha esaurito la sua funzione storica è proprio lo Stato-Nazione. L’economia globalizzata, le innovazioni tecnologiche lo hanno resto impotente. Come ci racconta Slavoj Zizek “è fallito”. Sembra di essere di fronte all’ultimo tentativo di chi, incapace di affrontare le sfide che questa epoca storica ci pone di fronte, prova a rinchiudersi nel passato con l’obiettivo di difendersi ad oltranza.

Di fronte a tutto questo, che fare?

La prima cosa è cercare di comprendere. Studiare, conoscere. Cominciare a prendere atto che la globalizzazione che ci fa viaggiare con i low cost in tutto il mondo e che ci permette di acquistare tramite Amazon merci prodotte in qualsiasi parte del mondo, porta con sé anche un altro tipo di vicinanza, quella dei problemi e delle ingiustizie. Ciò che succede in qualsiasi parte del mondo ci riguarda e he delle conseguenze dirette a casa nostra. Il gruppo di migranti che la cooperativa ospita nell’appartamento di fianco al nostro è solo la punta di un iceberg molto più grande. Il mondo è inter-connesso in tutti i suoi aspetti e non possiamo immaginare di tenere solo ciò che ci conviene. Si tratta di un’aspirazione normale nell’epoca del consumo, ma non è possibile.

Comprendere che i flussi non si arresteranno per delle ragioni semplici che vanno oltre le nostre proteste. Nel 2010 su circa 7 miliardi di persone nel mondo, 4,1 erano asiatiche, 1 miliardo africane, 733 milioni europee e il resto tra Americhe e Oceania. Nel 2030 gli europei scenderanno a 723 milioni mentre tutti gli altri cresceranno visto che saremo in 8,3 miliardi: 4, 9 in Asia e1,5 miliardi in Africa. Nel 2050, su un totale di circa 9 miliardi, gli europei saranno 691 milioni, gli asiatici 5,2, gli africani circa 2 miliardi. Di fronte a questa dinamica demografica, la ricchezza, al contrario continua a concentrarsi in pochi paesi.

La seconda cosa è resistere. Non abituarsi a tutto questo e reagire casa per casa, scuola per scuola, bus per bus, post per post. La nostra identità che in tanti hanno detto di voler difendere si fonda su tutt’altro.

Su basi cristiane, ad esempio, che non vanno usate come una clava contro l’islam, ma che devono aiutarci a vedere «L’altro come “un dono da accogliere con rispetto, perché in lui, specialmente se è debole e fragile, mi viene incontro Cristo» (@pontifex_it).

Su basi liberali che prevedono che ogni essere umano abbia dei diritti universali al di là delle differenze di sesso, credo, provenienza, ecc…

Su basi socialiste che ci chiedono un impegno forte per il miglioramento di vita di chi sta peggio, di chi è ai margini della società.

Su tutto questo saremo chiamati ogni giorno che passa a fare delle scelte sempre più radicali, perché le contraddizioni sono destinate a crescere.

Serve un cambio di paradigma. Siamo nell’era planetaria, come ci insegna Edgar Morin: la Terra è una ed è la casa comune, la patria unica di tutti gli esseri umani. Essa va custodita, così come ci ha indicato Papa Francesco in Laudato sii! Facendosi carico del grido della terra e degli uomini, che sale all’unisono in un sistema che crea ingiustizie giorno dopo giorno.

Non esistono divisioni nazionali. Per quanto mi riguarda, le parole più chiare e più nette su questo punto le ha dette don Lorenzo Milani 60 anni fa:

«Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri».

Sono parole che dovrebbero guidare un nuovo umanesimo di cui abbiamo ancora bisogno. La sinistra, ma direi ogni uomo di buona volontà, dovrebbe ripartire da qui.

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